Se è difficile quantificare l´esito dello sciopero dei consumi (manca un auditel del cappuccino), l´impressione è di un percepibile successo mediatico e politico. Giornali e tigì ne hanno parlato diffusamente, e senza indulgere troppo nel folklore da bancarella. Per la prima volta, almeno in Italia, il gesto quotidiano di spendere ha perso la sua innocenza routiniera ed è diventato oggetto di una diffusa e salutare discussione di massa. Non più solo le élite consumeristiche, anche la donna e l´uomo della strada hanno finalmente visto nel loro portafogli una potenziale arma critica. In molti, ieri, di tutti i ceti sociali, si chiedevano come comportarsi, se spendere o non spendere, se aderire o alzare le spalle. E ne parlavano. E se l´innesco di questa riflessione è una faccenda assai popolare come il caro-prezzi, il campo nel quale ci si addentra (quello della critica dei consumi) è denso di implicazioni politiche e culturali anche raffinate, e nevralgico nella definizione di una moderna identità di cittadinanza. Per cominciare, la sospensione (o anche solo l´idea della sospensione) del ciclo irrefrenabile e maestoso dei consumi, porta con sé l´idea, insieme eccitante e rassicurante, che i comportamenti sociali non siano defini- tivamente coatti, che la fila alla cassa dell´ipermercato non sia un riflesso pavloviano. In una parola sola, che consumare sia una scelta e non un obbligo, una libertà e non una coazione a ripetere. Esattamente come nelle domeniche senza auto, al di là del risultato concreto (l´abbassamento spesso impercettibile degli indici di inquinamento) ciò che conta, e lascia il segno, è la rivelazione di poterne fare a meno, come concedendosi un´ora d´aria nell´ergastolo delle abitudini. È il famoso «fermate il mondo, voglio scendere» che consente di mutare almeno di qualche grado l´angolo di prospettiva, osservando per una volta da fermo, e dal marciapiede, il tram che ogni giorno ci consegna al nostro destino di produzione e di consumo. Qui l´astensione era dettata dalla protesta contro l´aumento generalizzato e spesso incomprensibile dei prezzi. Dalle difficoltà, ormai vistose anche in una società benestante come la nostra, che molte famiglie incontrano per far quadrare un bilancio sempre più risicato. Ma la scoperta (o la coscienza) di potere usare il proprio potere d´acquisto per incidere nei meccanismi di mercato, nella determinazione dei prezzi, nella promozione o nel boicottaggio di determinate merci, è una scoperta politica (e democratica) che trascende, e di molto, la pura protesta. È una scoperta potenzialmente equivalente a quella che, quasi due secoli fa, fecero i salariati quando cominciarono a voler disporre della loro forza lavoro secondo tempi e modi autonomi. Resta il sospetto, malinconico, che questa nuova natura di «consumatori» (parola spesso diventata sinonimo di cittadino, e non è un sinonimo molto gratificante... ) sia comunque riduttiva, e definisca più una sudditanza che una padronanza di sé. E che mettere in discussione i modi di consumo, nell´evo del liberismo come pensiero unico, sia una specie di consolazione tardiva per non essere riusciti a mettere in discussione i modi della produzione. Resta il fatto che molti dei movimenti più interessanti e più radicali, a partire dai new-global e dai movimenti consumeristici americani, guardano agli scaffali e alle vetrine esattamente come gli operai, una volta, alla macchina e alla fabbrica. Certo è che ciò che consumiamo viene monitorato da ogni possibile sonda e indice e strumento di controllo sociale, sorvegliato con preoccupazione dal governo, somministrato dalla pubblicità, benedetto dai poteri economici e soppesato dai revisori dei (nostri) conti: logico che, alla lunga, la definizione anche sgradita, anche umiliante di «consumatore» possa essere ribaltata, trasformata da figurante anonimo in attore protagonista. Le organizzazioni dei consumatori sono un arcipelago ancora molto confuso, dalla rappresentatività incerta, non esiste una Cgil-Cisl-Uil delle massaie, non ci sono tracce di un Partito del Carrello, e spesso i vari comitati dei consumatori hanno cercato spazio sui giornali facendo a gomitate, con sortite molto stravaganti. Questo rende ancora parecchio impolitico, e improvvisato, un eventuale movimento di massa dei consumatori che abbia un peso simile a quello avuto, nei decenni passati, dal sindacato operaio. Le prospettive, però, ci sono, e la giornata di ieri, che è riuscita a bucare i media e a coinvolgere la sensibilità diffusa dell´opinione pubblica, è un primo passo molto interessante. Tra l´antico assalto ai forni e l´odierno sciopero della spesa, passa la differenza che separa la fame dall´organizzazione politica del menù.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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