Il primo minuto di celebrità, per i partecipanti al corso per figuranti dello spettacolo finanziato dalla Regione Campania, è già arrivato: un servizio di «Verissimo», il rotocalco di Canale 5. Un servizio tipico della televisione come è concepita ora. Ma proviamo a capire. Prima di tutto, le ragioni di questo corso di specializzazione: in Campania soprattutto, dice uno degli organizzatori, quando si producono programmi si raccatta gente che non sa parlare o recitare o ballare o cantare. Un corso del genere insegna a fare bene questo mestiere e quindi a essere molto competitivi sul lavoro. Fin qui tutto bene.
In fondo, se si fa caso alle graduatorie degli insegnanti, per dirne una, le probabilità di diventare una professoressa di lettere e di diventare una ballerina in tv, si sono ribaltate. È più facile avere un posto assicurato come ballerina che come insegnante: è la realtà italiana degli ultimi quindici anni. Quindi, in sé, la questione non è del tutto insensata. 
Ci avrete fatto caso, non ho usato la parola «veline». Perché non è compendiata nel corso, perché forse è una invenzione dell’informazione per denigrare l’iniziativa della Regione. Forse. Oppure, più probabilmente, è la suggestione che viene fuori direttamente dai partecipanti che come scopo principale nella loro vita hanno quello di diventare veline di «Striscia la Notizia», perché coincide con il loro immaginario più esteso. Non mi chiedete di chi è la colpa perché non lo so e perché non ho voglia di rispondere con la solita retorica. I fatti sono questi e le ragazze (e i ragazzi) che rispondevano lì all’entrata della scuola di Frattamaggiore avevano questa tensione mitica verso la televisione. E da qui il corso si è trasformato per tutti come un corso per aspiranti veline. Non è così o non è esattamente così, e con questo non è mia intenzione salvare l’iniziativa della Regione. È un modo di far fare meglio a quelli che vogliono cantare ballare o recitare, quel che vogliono fare. 
E questo secondo me è il problema. Secondo me, chiunque abbia una aspirazione, per il fatto stesso di averla, rende questa aspirazione legittima. E dignitosa. Anche diventare veline può essere un’aspirazione dignitosa. Però a un patto: che è un’aspirazione precisa e concreta - non generica. Se mia figlia mi dicesse che ama cantare io direi vai e canta; se mi dicesse che ama ballare, direi vai e balla. Se mi dicesse - come dicevano gli iscritti al corso - che vuole fare la televisione, e con questo intendesse in qualsiasi modo e con qualsiasi funzione, non mi piacerebbe. E non per questioni moralistiche. È che non è un’aspirazione, non nasce da una fascinazione, non ha a che fare con un talento. È un modo generico di avere una vita più facile. E questo non va bene. Non sarei contento, se mia figlia aspirasse a una genericità. 
A questo punto, gli atteggiamenti di solito sono due: o ridere alle spalle di questi ragazzi e della loro aspirazione generica, oppure provare per loro una indignata tristezza. Io ve ne propongo un terzo: quello di stare dalla parte loro. Non dalla parte dei produttori che troveranno ragazze carine che sapranno finalmente ballare e che per questo hanno creato un milione di illusioni in quelle che non sceglieranno. Non dalla parte della Regione, perché (e in questo sì, sono moralista) si dovrebbe occupare di questioni meno generiche e meno allegre e soprattutto non deve compartecipare alla creazione delle illusioni. Ma dalla parte di tutti quei ragazzi che ci provano. Prima di tutto, perché potrebbero essere mia figlia o uno dei vostri figli o fratelli. E poi, perché le loro motivazioni non mi piacciono - esatto, proprio per questo. Perché so che sono l’unico anello debole di tutta la catena e tra non molto dovranno affrontare con dolore la propria illusione. Guardarla in faccia. E devono farcela a sconfiggerla e poi dimenticarla. Non è facile.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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