Tutta la ricerca scientifica procede nel senso della distinzione e della specificazione: perché mai, allora, solo quella sulle sostanze stupefacenti dovrebbe andare nella direzione esattamente opposta? Ovvero nella direzione dell’indistinto, come pretende Gianfranco Fini, quando afferma che «va abolita ogni differenza tra droghe pesanti e droghe leggere». Sotto il profilo tossicologico, psicologico, terapeutico, sociale, culturale, le differenze tra sostanze come eroina e cocaina e i derivati della canapa indiana sono enormi. Che è, poi, quanto affermano i musicisti che hanno sottoscritto il manifesto reso noto ieri. Se tutto ciò è vero, dovrebbero essere completamente diverse le strategie per contrastare la diffusione dei differenti gruppi di sostanze. Dunque, è difficile dire se l’operazione condotta contro gli studenti del liceo Virgilio di Roma sia più disastrosa sotto il profilo pedagogico-culturale o sotto quello giuridico-penale. In ogni caso, di disastro si tratta. E ancora: come si fa a «non distinguere» quando la Dea (Drug Enforcement Administration), agenzia governativa, già nel 1988 dichiarava che «nonostante la lunga storia e lo straordinario numero di consumatori, in tutta la letteratura scientifica non vi è un solo testo che descriva un caso di morte provocato sicuramente dalla cannabis»? Per contrastare tali acquisizioni scientifiche, è stato brandito un documento del Consiglio superiore di sanità, dove si legge che la cannabis provoca «danni collaterali». Ma l’autore, Silvio Garattini, precisa: «Tutti i comportamenti dannosi devono essere messi sullo stesso piano: dal fumo all’abuso di alcool, dal consumo di oppiacei a quello di psicofarmaci». Ma questo è il contrario di ciò che il governo vuole far credere. Gli antiproibizionisti non affermano che i derivati della canapa indiana «non fanno male». Sarebbe una sciocchezza: l’abuso di cannabis produce danni; e, tuttavia, Gian Luigi Gessa, presidente dei farmacologi italiani, documenta come «una dipendenza da nicotina sia molto più grave e più difficile da curare di una da marijuana». Il ministro Sirchia persegue, meritoriamente, una politica di dissuasione dal fumo. Ma se fosse conseguente con quanto dice a proposito della canapa indiana, dovrebbe chiedere la messa fuori legge anche del tabacco. Fortunatamente non lo fa. Non si tratta, infatti, di allungare la lista delle sostanze messe al bando: si tratta, piuttosto, di sottoporre hashish e marijuana al medesimo regime normativo cui è sottoposto il tabacco. E, dunque, controllo dello Stato sulla produzione e la distribuzione, imposte e regole sul commercio, vincoli e limiti sul consumo. E’ ragionevole, no?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>