E allora, dove sono i coraggiosi ideali e i sogni radicali per cui la California un tempo era famosa in tutto il mondo? Se il mercato politico funziona veramente così come i teorici del neoliberismo hanno sempre sostenuto, allora il referendum dovrebbe essere una festa itinerante di idee in competizione tra loro. Con 135 candidati che gridano per richiamare la nostra attenzione, dovremmo essere investiti dai vari programmi e da un dibattito che vada alla sostanza. Invece il referendum è quasi altrettanto noioso, e certamente altrettanto scialbo, delle elezioni regolari che si sono tenute l'anno scorso. Tanti i candidati, e tuttavia poche le idee genuinamente nuove. Poco che possa invogliare i nostri milioni di non-votanti alienati ad andare a registrarsi o a recarsi alle urne. Per la verità, con la campagna Schwarzennegger la vacuità politica ha acquistato un nuovo status privilegiato. Ecco l'aspirante leader di 35 milioni di persone, così fragile intellettualmente che i suoi strateghi si rifiutano di mandarlo a giocare con gli altri candidati.
Di certo, il suo rivale conservatore Tom McClintock ha un sacco di opinioni gradevolmente espresse, ma queste risalgono in gran parte all'era McKinley. McClintock è il fantasma del passato repubblicano.
Intanto, il contendente centrista democratico Cruz Bustamante ha idee barbare sulla pena di morte, una posizione opportunistica sul lavoro agricolo e appare totalmente asservito all'industria del gioco. Egli cambierebbe l'acconciatura del partito di Davis ma lascerebbe intatta la sua dipendenza compulsiva dalla raccolta permanente di fondi.
Alla sinistra di Bustamante c'era un'incantatrice di professione, Arianna Huffington, che si guarda bene dal pagare le tasse e la cui lunga adesione a qualunque ideale diverso dalla pubblicità personale è ancora tutta da dimostrare. Arianna, rpima dell'annuncio del suo ritiro dalla competizione elettorale, aveva alcuni slogan convincenti ("scuole non prigioni"), ma la maggior parte dei democratici erano comprensibilmente scettici verso atteggiamenti populistici provenienti da una capanna di legno da 7 milioni di dollari che si trova a Santa Monica.
I candidati minori, che avrebbero dovuto essere un meraviglioso carnevale di idee originali ed eccentriche, sono invece in larga misura un club di cuori solitari e vanno in cerca di appuntamenti (o di capitale) senza arricchire il nostro universo politico con un pensiero eterodosso e con cause poco pubblicizzate.
Solo il Partito Verde di Peter Camejo, a mio parere, presenta elementi di una visione veramente alternativa. Sono state investite migliaia di ore di dibattito con la base per giungere a posizioni meditate sull'energia solare, sulle foreste secolari, sui salari minimi, sui diritti dei gay, sulla sanità e sulla scuola. Ma il programma dei Verdi tende a essere una coalizione di cause, non una visione integrata. Di conseguenza, la campagna di Camejo ispira sincerità ma manca di un centro morale, di un tema cardine.
La sinistra nel suo insieme non è riuscita davvero a definire una priorità che sia capace di imporsi così come fanno le suggestioni conservatrici su un settore pubblico parassitario o un'invasione aliena. Eppure sentiamo la "questione delle questioni" urlare dal margine della campagna elettorale: lo scandalo della povertà infantile in California.
Sicuramente il maggior metro morale di qualunque sistema sociale è la condizione dei bambini e la loro qualità della vita. Eppure un incredibile 43% dei 4,36 milioni di bambini californiani vive vicino o sotto la soglia di povertà federale. Questa percentuale è quasi doppia rispetto a quella del 1960 e si situa ben al di sopra dell'attuale tasso nazionale.
Oggi la California è il primo stato per numero di miliardari, ma il trentasettesimo secondo una ricerca nazionale sulla qualità della vita dell'infanzia (American Community Survey). Un'estrema povertà dei bambini è particolarmente endemica nella San Joaquin Valley (36% nella Contea di Fresno; 40% nella Contea di Tulare) e nella Contea di Los Angeles (35%). Queste sono realtà dickensiane.
La povertà contemporanea sfugge agli stereotipi conservatori sulle madri affidate al servizio sociale o sugli immigrati indigenti. Quattro quinti dei bambini poveri vivono in famiglie che lavorano. I loro genitori non sono rottami o parassiti ma, nella maggior parte dei casi, dei lavoratori esemplari. Essi sono i peones postmoderni che costituiscono la spina dorsale dell'agricoltura, dell'edilizia, del lavoro domestico, del turismo e dell'industria leggera della California.
Se i manuali di economia avessero ragione, il fantasmagorico boom delle "dot.com" e l'esplosione di ricchezza dei tardi anni `90 avrebbero dovuto sollevare significativamente la loro condizione e dare nuova speranza ai loro figli. Ciò non è avvenuto. La povertà estrema dei bambini è invece aumentata di 430.000 unità.
La mano invisibile del mercato non appare capace di alleviare la povertà di quanti lavorano nella California contemporanea, più di quanto non sia stata capace di porre fine alla disoccupazione di massa durante la Depressione. Le forze del mercato da sole non fanno che serrare i cancelli intorno alla prigione del salario basso.
Sul dizionario la definizione di "radicale" è "che va alla radice". Una visione veramente radicale del futuro dello stato, perciò, dovrebbe "dimissionare" il sistema che riproduce e perpetua questa povertà cronica. Essa garantirebbe ai bambini poveri una partecipazione paritaria e sostanziale a un rinnovato sogno californiano.
Ecco dunque una vera crociata per la quale chiamare a raccolta i Verdi e l'ala labor del Partito democratico. Mettere fine alla povertà che offusca il nostro comune futuro e minaccia la nostra futura prosperità. Fare dei diritti dei bambini - e non dei diritti delle corporations e di stili di vita lussuosi - la stella polare di Sacramento.
Vi sembra di avere già sentito tutto questo?
Una volta avevamo visionari (per parafrasare il motto del nostro stato) "abbastanza grandi da gareggiare con le nostre montagne"). Uno di loro era lo scrittore di denuncia e romanziere popolare Upton Sinclair. Settant'anni fa egli lanciò il programma Epic (End Poverty in California, "mettiamo fine alla povertà in California").
Sinclair diceva agli elettori che la povertà di massa in una terra ricca come la California era un peccato terribile. Egli proponeva di togliere i disoccupati dall'assistenza della contea e di rimetterli a lavorare per provvedere a se stessi con mezzi di produzione non più in uso e materie prime. Nell'agosto 1934 fece scoppiare un terremoto politico stravincendo le primarie dei democratici con un milione di voti trasversali provenienti dai repubblicani della California del sud.
La politica della California moderna è nata nella battaglia che seguì per la carica di governatore, tra Sinclair e il repubblicano hooveriano Frank Merriam. Un movimento politico utopico, con una base animata da una enorme passione, fece quadrato contro le più grandi corporations e i più grandi proprietari terrieri dello stato.
Il "big business" disse che Epic era un cavallo di Troia per la confisca dei beni e per un comunismo in stile sovietico. Uppie replicò che era semplicemente l'applicazione politica del Sermone della Montagna.
I primi, pionieristici consulenti politici al mondo, Clem Whitaker e Leone Baxter, organizzarono una campagna di denigrazione contro Sinclair e Epic. Reclutarono dei produttori di Hollywood e fecero loro preparare dei cinegiornali falsi su una "invasione di fannulloni" in California. Inoltre usarono la stampa controllata dai repubblicani, specialmente il Los Angeles Times, per pubblicare notizie false su Sinclair il puritano e il seduttore di ragazze.
Alla fine Whitaker e Baxter sconfissero Sinclair. Ma il programma Epic non era affatto in un vicolo cieco. L'energia morale che generò continuò a galvanizzare la politica progressista in California per più di vent'anni.
Dal canto loro, Whitaker e Baxter divennero i Barnum e Baily del circo politico della California moderna. Il regno dei consulenti politici e della "politica come pubbliche relazioni" ha avuto inizio nel 1934 e non è mai finito. Essa ha teso principalmente a spingere l'idealismo, i principi programmatici e il pensiero radicale fuori della politica elettorale.
Whitaker e Baxter codificarono persino, per gli adepti, i cinici principi su cui è sorta l'età della politica mediatica. "L'americano medio non vuole essere istruito; non vuole aprire la propria mente... [a lui] piace essere intrattenuto. Gli piacciono i film... Perciò, se non puoi combattere, metti su uno show!".
Lo show va ancora avanti. Eppure le ceneri di Epic e di altre crociate perse sono sopravvissute per accendere alcune immaginazioni politiche. Recentemente, Richard Alarcon e Gloria Romero hanno dato vita a una commissione senatoriale per porre fine alla povertà in California (Senate Select Committee on Ending Poverty in California) in omaggio esplicito a Sinclair. I giovani democratici dei quartieri ispanici di Los Angeles hanno trasformato la commissione in un ottimo pulpito per proporre una nuova guerra alla povertà estesa a tutto lo stato.
Si tratta di una nostalgia utopica totalmente priva di contatto con la realtà fiscale ed economica, o di un potente paradigma per la rigenerazione morale del nostro sistema politico? Misero è quello stato che ha perso le sue utopie e sepolto tutti i suoi profeti.

Traduzione Marina Impallomeni
Mike Davis

Mike Davis

Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri, 1991); Geografie della paura (Feltrinelli, 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli, 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli, 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli, 2002); Cronache dallImpero (manifestolibri, 2004); Il pianeta degli Slum (Feltrinelli, 2006).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>