BAGDAD - La formula per la ripresa economica dell’Iraq? «Gradualità. Occorre essere pazienti. A Madrid gli Stati donatori e coloro che vogliono investire per la normalizzazione del nostro Paese devono capire che qui c’è stata una rivoluzione totale e ci vorrà tempo per ricostruire, anzi per costruire da zero qualche cosa di assolutamente diverso dalla dittatura di Saddam Hussein». E' ottimista Fuad Mustafà. E per rendere meglio il senso del suo ottimismo sfodera subito un esempio: «Il giorno prima dell’attacco anglo-americano i due figli di Saddam, Uday e Qusay, mandarono i loro scagnozzi a requisire un paio di miliardi di dollari dalle casse della Banca centrale irachena. Fu sufficiente la loro firma scarabocchiata su di un foglietto: una rapina bella e buona. Ma così andavano le cose con la dittatura. Non c’era legalità, non c’erano garanzie, eravamo alla mercè del regime. Per fortuna non vennero anche da noi, che pure siamo una banca privata, altrimenti avremmo dovuto pagare. Oggi non è più così, basta anche solo questa considerazione per farmi ben sperare». Fuad Mustafà è direttore generale della Credit Bank of Iraq, il quinto istituto di credito in ordine di grandezza dei 17 privati nel Paese. Anche lui avrebbe dovuto andare a Madrid, assieme ai circa 150 uomini d’affari iracheni al seguito della delegazione ufficiale. «Ma l’invito mi è stato notificato troppo tardi», dice ricevendoci nel suo ufficio nella sede-madre posta nel centro della capitale. Come giudica l’economia del Paese dagli sportelli della sua banca? «C’è un dato che mi rassicura. Prima dello scoppio della guerra, il 20 marzo, l’ammontare dei depositi nelle 11 filiali della nostra banca (dieci a Bagdad e una a Bassora) ammontava a 6 milioni di dollari, oggi arriva a 11. Ciò significa che la gente ha fiducia, in tempi di crisi si ritirano i depositi, ora invece sono quasi raddoppiati in 7 mesi. Anche se non si tratta di grosse somme. In media ciascun deposito non supera i 500 dollari». Il limite alla ripresa economica? «Ci sono ancora tanti disoccupati e i salari sono troppo bassi. Il mio stipendio mensile di general manager equivale a 300 dollari. Un nostro impiegato ne prende meno di 30. Se dovesse presentarsi una classe limitata di consumatori ricchi, per esempio impiegati della nuova amministrazione finanziata dagli americani, i prezzi lieviterebbero e rischieremmo gravi tensioni sociali». I governi di Francia, Germania e Russia rifiutano di partecipare alla ricostruzione. «Fanno male, commettono un errore madornale, perché presto l’Iraq sarà in piena ripresa, torneremo ad essere il secondo Paese produttore di petrolio al mondo e le loro compagnie resteranno indietro».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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