BAGDAD - Per arrivarci occorre superare due barriere di filo spinato, una schiera di blocchi di cemento armato, le sentinelle ti perquisiscono almeno due volte e percorrere a piedi cento metri di strada vietata al transito di qualsiasi vettura civile. Alla fine, ecco la palazzina blu e azzurra a due piani del commissariato di Al Sadoon, un chilometro in linea d’aria dalla sede della Croce Rossa attaccata tre giorni fa. «È un paradosso. Dovremmo difendere la popolazione e invece siamo tutti concentrati nel proteggere noi stessi», sbotta sul cancello il maggiore Raad Salman, 37 anni, di cui 17 passati nella polizia. «C’è qualche cosa che non va - continua -. Siamo stati addestrati per dare la caccia ai criminali, ma ci troviamo in trincea nella campagna contro la guerriglia legata al vecchio regime e persino contro i terroristi internazionali di Al Qaeda». Basta una breve visita nei commissariati di Bagdad per cogliere l’insoddisfazione, la rabbia e persino la paura che attanaglia questa che dovrebbe essere la forza di garanzia più importante del Paese. Perché sin da giugno i nuovi poliziotti iracheni sapevano bene che potevano diventare uno degli obiettivi privilegiati della guerriglia. I comunicati audio attribuiti Saddam li accusavano di «tradimento» e «collaborazionismo». Ma non potevano immaginare che i raid dei loro nemici avrebbero avuto tanto successo. Lunedì è stato il loro giorno nero. Nelle tre autobomba contro commissariati della capitale seguite a quella contro la Croce Rossa sono morti almeno una dozzina di loro colleghi e un centinaio è rimasto ferito. Dai primi di luglio, quando si iniziò a costituire la nuova forza di 50.000 uomini, i poliziotti uccisi sono una quarantina, i feriti oltre 120. Mentre il numero dei militari americani uccisi «in combattimento» da quando, lo scorso 1° maggio, Bush ha dichiarato la fine della guerra, è salito ieri a 115, superando per la prima volta il conteggio dei soldati caduti «in combattimento» durante il conflitto. La strage di poliziotti iracheni iniziò con gli attentati contro un gruppo di cadetti nella caserma di Ramadi (7 morti) e continua adesso con gli attacchi alle caserme. Loro protestano: «Se non ci aumenteranno gli stipendi, con l’assicurazione e gli indennizzi per i rischi che corriamo ci sarà presto la diserzione di massa», dice Salman. Due colleghi fanno segni di assenso con il capo. Con il vecchio regime i poliziotti guadagnavano circa 12 dollari al mese, contro i 120 attuali (un graduato come Salman riesce a portarne a casa 180). Ma il costo della vita era molto inferiore e comunque i poliziotti, come molti funzionari pubblici, beneficiavano di un sistema di bustarelle che integrava i salari. «Sino a marzo potevo pagare tranquillamente l’affitto, che era di 20 dollari al mese, e mantenere moglie e 3 figli. Oggi non ce la faccio più», dice Salman. Come è possibile? «Prima ci spartivamo le somme di denaro estorte sottobanco agli automobilisti», ammette un suo collega. Lo stesso avveniva per esempio negli ospedali, dove medici e infermieri imponevano tangenti pesantissime ai malati. «Adesso la supervisione degli americani ha ridotto il fenomeno. Ma è venuto anche a cadere uno dei fondamenti della sicurezza sociale irachena», spiega il settimanale Iraq Today. «Prima eravamo poveri - dice ancora Salman -. Ma il nostro lavoro era diverso. Il tasso di violenza era molto basso, non rischiavamo quasi nulla. Oggi siamo continuamente esposti al pericolo». In verità ci sono state anche tangibili vittorie. La polizia irachena è stata in grado di combattere con successo la criminalità comune. «Ancora a luglio ricevevamo 17 denunce per furti d’auto al giorno, oggi sono solo 2 alla settimana. Lo stesso vale per i furti negli appartamenti e i rapimenti a scopo di estorsione», dice un altro ufficiale a Al-Sadoon. Ma il compito più temuto è oggi quello del pattugliamento in auto: «Tutti cercano di evitarlo, perché in auto sei più esposto, chiunque può scaricarti addosso il Kalashnikov e poi fuggire impunito nel traffico».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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