Londra - «L’arresto di Mikhail Khodorkovskij è l’ultimo passo di Putin per abbattere la democrazia e ristabilire l’autoritarismo in Russia, mettendo tutto il potere nelle mani del vecchio Kgb». Dal suo dorato esilio londinese, Boris Berezovskij, primo degli oligarchi russi, l’ex-consigliere di Eltsin precipitato così in basso da dover fuggire all’estero, tre anni fa, per evitare il carcere, spara a zero sul capo del Cremlino. «Putin ha messo in galera Khodorkovskij come avrebbe voluto metterci me, Gusinskij e ogni altro imprenditore indipendente», dice a Repubblica tra telefoni e telefonini che squillano in continuazione portandogli le ultime notizie da Mosca. «Il presidente russo è un imbroglione, un bandito. Ma io non ho perso del tutto la speranza. Ho sempre pensato che sarebbe durato poco, a questo punto è durato anche troppo». Signor Berezovskij, come giudica l’arresto di Khodorkovskij? «Era una mossa prevedibile, la conseguenza logica della strategia di Putin. Prima il presidente ha tappato la bocca al potere politico, poi ai mass media e ora sta completando l’opera con il grande business. L’obiettivo è abbattere ogni sembianza di democrazia in Russia e ricostituire un regime autoritario, saldamente tenuto in mano dai suoi ex-colleghi del Kgb». Il "Financial Times" sostiene che finora Putin si era comportato da pragmatico, mantenendo un equilibrio tra gli uomini dell’ex-Kgb, i duri, e gli eltsiniani, più liberali. «Pragmatico? Non convinceva me, ma è stato abile a sembrarlo. Putin è un truffatore, che ha cercato di imbrogliare l’Occidente e in buona parte ci è riuscito. Sia perché l’Occidente capisce poco della Russia odierna, forse con l’eccezione di voi italiani, che avendo una specie di regime in casa comprendete meglio come un sistema autoritario possa mascherarsi da democrazia. Sia perchè a molti paesi occidentali fa comodo una Russia in mano a un bandito». Può spiegarsi meglio? «L’Occidente, in primo luogo l’America, ha chiuso gli occhi sui massacri commessi da Putin in Cecenia, sulle limitazioni alla libertà di stampa, sulle elezioni truccate, sulle persecuzioni del Kgb. Gli interessa solo avere l’appoggio della Russia sulla guerra in Iraq o sulla crisi del momento o su qualche buon affare. Del resto, l’America andava d’accordo anche con il Portogallo del dittatore Salazar, firmava trattati perfino con Breznev. Può farlo pure con Putin. Senonchè preoccuparsi solo del presente è rischioso». Perché in futuro... «Consentire che un paese come la Russia ripiombi nella dittatura è un delitto, di cui anche l’Occidente pagherà il prezzo». Il capo dell’amministrazione del Cremlino, Aleksandr Voloshin, uno eltsiniano di ferro, il terzo uomo più potente di Russia dopo Putin e il primo ministro, ha dato le dimissioni per protesta contro l’arresto di Khodorkovskij. «Da Voloshin non mi aspetto niente. E’ lui che ha fatto a pezzi la libertà di stampa, che ha chiuso le tivù indipendenti. Prima esce dal Cremlino, meglio è». E' possibile che Boris Eltsin richiami Putin all’ordine? «No. Eltsin è un pensionato. Per salvare la Russia serve un rivoluzionario, pronto a morire con una pallottola in petto, non di vecchiaia in una dacia tra le betulle, come quella in cui si è ritirato Boris Nikolaevich. Non voglio parlarne male, dico solo che ormai non può e probabilmente non vuole fare niente». E Gorbaciov? «Lasciamo perdere. Gorbaciov piaceva tanto agli occidentali, ma i russi non lo amavano nemmeno quando era al potere, figurarsi ora. E poi, se c’è uno che ha contribuito a creare un’immagine favorevole di Putin in Occidente, è lui». Dunque tutto è perduto? «Non ancora. Ho appena sentito un sondaggio condotto dalla radio Eco di Mosca, forse l’ultima voce libera della Russia d’oggi: se i candidati alle presidenziali (in programma la primavera prossima, ndr.) fossero Putin e Khodorkovskij vincerebbe Khodorkovskij 75 a 25 per cento». Ma Khodorkovskij è in prigione. «Può darsi che ci rimanga a lungo. Ma se esce, sono convinto che lavorerà per rafforzare il movimento libertario e democratico che si oppone a Putin, e potrebbe anche diventarne il leader». Sicchè il suo recente tour delle province russe era una campagna elettorale? «In un paese democratico, cosa ci sarebbe di male? Ma nella Russia di Putin non va bene, perché solo Putin e i suoi alleati hanno diritto di occuparsi di politica». Si dice che Putin abbia arrestato Khodorkovskij per stroncare ogni residuo di opposizione in vista delle elezioni legislative di dicembre, ottenere un parlamento completamente asservito e quindi esigere una modifica della costituzione, abolendo la norma che limita a due i mandati presidenziali. «E' risaputo che vuole cambiare la costituzione e rimanere presidente per più di due mandati: magari per sempre. I dittatori non cedono facilmente il comando, una volta raggiunto. A meno che qualcuno non glielo tolga». Qualcuno può ancora toglierglielo? «Io resto ottimista. Ho sempre pensato che la vita politica di Putin sarebbe stata corta. E' già durata anche troppo. Il problema è che Putin non è Eltsin: sa benissimo che non può uscire dal Cremlino e andare in pensione in una dacia. Se molla il potere, ha due alternative: o la prigione o l’esilio. E mi domando quale paese sarebbe pronto ad ospitarlo. Ah, dimenticavo: l’Italia, dove Berlusconi si sbraccia per accoglierlo nelle sue ville». E' stato ingenuo, Khodorkovskij, a restare in Russia quando era chiaro che rischiava l’arresto? «Non parlerei di ingenuità. Ma a mio avviso avrebbe potuto opporsi al Cremlino con altrettanta o maggiore efficacia anche dall’estero. Come cerco di fare io, da tre anni». Berezovskij, Gusinskij, Khodorkovskij: è sempre la stessa storia? «Assolutamente identica. Tre imprenditori indipendenti che credono nella libertà e nella democrazia, e per Putin l’indipendenza è un crimine. Per questo ci ha messi nel mirino». Senta, ma voi oligarchi non avete mai commesso errori? «Ne abbiamo commessi parecchi. Uno soprattutto: non capire che il vero grande nemico, dopo il crollo dell’Urss, non era il Pcus, il partito comunista, ma il Kgb. Che ora, sostenuto da Putin, ha rialzato la testa, deciso a riprendersi ciò che i democratici gli tolsero dieci anni fa».
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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