Cosa nostra progetta un’azione eclatante nei confronti della magistratura siciliana. Secondo notizie giunte in possesso agli investigatori della Dia e alla procura di Palermo, sarebbe in cantiere un attentato contro un magistrato: immediatamente è scattato l’allarme generale e sono stati allertati gli organismi preposti alla sicurezza. In particolare, il procuratore Piero Grasso ha informato il capo della polizia, Gianni De Gennaro, e sollecitato l’intervento del prefetto di Palermo e del comitato per la sicurezza, responsabili anche delle assegnazioni di scorte e tutele. L’allerta, evidentemente, va nella direzione del rafforzamento delle protezioni che potrebbero rivelarsi, alla luce del nuovo allarme, poco adeguate. Nella segnalazione non si fa il nome del magistrato indicato come obiettivo delle cosche, ma si invita il comitato a rafforzare i controlli, specialmente in Sicilia. La notizia, che ha messo in agitazione la Direzione distrettuale antimafia, risale a qualche giorno fa e proveniene da un’attività investigativa che era già in piedi in alcune zone della provincia di Agrigento e riguarda una serie di personaggi, in gran parte poco conosciuti, ritenuti favoreggiatori del boss Bernardo Provenzano latitante da più di 40 anni. Secondo le poche notizie trapelate, la Dia ha avuto modo di ascoltare i discorsi di un gruppo di mafiosi (sembra palermitani) riuniti in un luogo isolato. Dalle intercettazioni, di qualità tecnica non sempre eccellente per via dei rumori e dei movimenti dei protagonisti della riunione, gli investigatori hanno colto brandelli di voci che parlavano di un attentato ad un giudice, deciso da Leoluca Bagarella, cognato del «padrino» Totò Riina, leader dell’ala oltranzista di Cosa nostra e teorico della linea dura (l’impunità ai mafiosi oppure guerra senza fine alla Stato). La realizzazione dell’assassinio potrebbe essere stata affidata allo stesso ambiente intercettato: cioè uomini di Provenzano che, se le cose stessero in questo modo, avrebbe potuto cambiare la propria linea moderata e «trattativista» con lo Stato, forse pressato da un Bagarella ormai impaziente e deluso dai risultati ottenuti in questi lunghi anni di attesa e moderazione. Tutta questa materia, com’è prevedibile, sarà comunque oggetto di accurate analisi degli specialisti, perchè - al di là dei timori per l’incolumità del «bersaglio» indicato - sarebbe davvero allarmante sapere con certezza che la mafia ha intenzione di tornare alla mano pesante e allo stragismo. Territorio dell’attentato potrebbe essere la Sicilia. Questa volta, però, sembra sia stata scartata l’ipotesi di agire con un’autobomba. Sarebbe stato preventivato un assalto di tipo militare: un falso furgone portavalori con mafiosi in divisa da guardie giurate che sparano con armi automatiche (kalashnikov per perforare la blindatura) contro l’auto del magistrato. Una simile metodologia lascia supporre che il bersaglio prescelto potrebbe essere uno dei magistrati meno protetti, perchè quelli più scortati offrirebbero una resistenza tale (tre macchine, sei uomini bene armati) da dover preventivare gravi perdite anche da parte degli attentatori. Lunedì pomeriggio l’argomento è stato all’ordine del giorno di una lunga riunione della Direzione distrettuale antimafia. I magistrati palermitani hanno fatto un’accurata disamina degli elementi a loro disposizione. Ovviamente i risultati dell’analisi sono coperti da riservatezza, vista la delicatezza della materia trattata. Alla fine non è stato individuato nessun «bersaglio certo», tanto che la segnalazione al prefetto si limita ad un allarme generico e diffuso. E’ presumibile, però, che nel chiuso delle stanze si sia cercato di restringere il cerchio delle possibilità, anche per dare un segnale esterno e demotivare qualunque tentativo di portare a compimento l’attentato. Non sfugge a nessuno quanto vasta sia, a Palermo, la gamma delle persone che Cosa nostra colpirebbe volentieri. E l’analisi dei magistrati ha passato in rassegna il lungo elenco, dai vertici degli uffici giudiziari delle principali città ai sostituti impegnati, a quelli che in passato hanno svolto un ruolo importante nella lotta alla mafia. Sarà per questo che dalle considerazioni generali dei partecipanti alla riunione in procura, alla fine, è venuta l’esigenza di «mettersi in contatto» con due magistrati ormai lontani da Palermo, ma - a quanto pare - sempre in cima ai pensieri dei boss. Due ex pm oggi non particolarmente protetti (almeno fino a ieri): Franco Lo Voi, adesso membro del Consiglio superiore della magistratura, e Alfonso Sabella, pubblico ministero a Firenze, dove si occupa di criminalità comune. Entrambi hanno avuto un ruolo nella cattura di Leoluca Bagarella e Sabella, oltretutto, col boss ha avuto qualche screzio, come risulta da una relazione degli agenti di custodia del carcere dell’Aquila, testimoni di uno scambio di battute tra il boss e il magistrato, nel frattempo divenuto responsabile di una sezione della direzione delle carceri. Bagarella, in sostanza, avrebbe fatto intendere al magistrato di non essere particolarmente contento di doverlo incrociare anche in carcere. E Sabella - secondo una valutazione degli analisti - potrebbe assumere le connotazioni di bersaglio «politicamente utile» alla mafia, essendo stato rimosso dall’attuale governo che di Cosa nostra è controparte e dai mafiosi viene vissuto come «deludente» soprattutto per via della stabilizzazione del carcere duro. Si vedrà quali decisioni prenderanno i vertici della sicurezza.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>