«In un momento di comprensibile euforia per l’esito del difficile lavoro investigativo che mette in seria difficoltà i nuovi gruppi delle Brigate rosse, sento di dover ricordare a tutti, a noi stessi, che tanto merito di questa operazione va al sacrificio del sovrintendente Emanuele Petri, dei feriti Di Franzo e Fortunato e di tutti i poliziotti che hanno preso parte alla cattura di Nadia Lioce in quel tragico due marzo di quest’anno.» Franco Gabrielli è un giovane dirigente: a 43 anni coordina l’ufficio della Digos di Roma, che tanta parte ha avuto, insieme coi colleghi di Bologna e Firenze e degli specialisti dell’antiterrorismo, nell’individuazione e nella cattura del gruppo di fuoco brigatista. E’ giovane ma può vantare buone esperienze: la mafia a Palermo, la criminalità politica a Firenze, le indagini sulle stragi del ‘93, l’ufficio di protezione per i pentiti di Cosa nostra. Si capisce che le sue non sono parole di circostanza. Al di là del ricordo di una «vittima del dovere» - «in certe occasioni non si deve avere timore della retorica» - Gabrielli torna alla scontro armato sul treno per sottolineare l’importanza della cattura di Nadia Lioce («il solo fatto che ci sono voluti due morti, Petri e il brigatista Mario Galesi, e due feriti, la dice lunga su cosa stessero difendendo le br») nell’economia delle indagini sulle nuove formazione eversive di sinistra. «Certo - riflette il dirigente della Digos romana - adesso è facile liquidare tutto dicendo che abbiamo avuto un colpo di fortuna. Sappiamo benissimo che senza la fortuna non si va da nessuna parte, ma quando ci siamo imbattuti su Lioce e Galesi, vorrei sottolineare il particolare, noi sapevamo già chi erano. La Procura di Roma aveva emesso sette provvedimenti nell’ambito delle indagini seguite al delitto D’Antona, quattro a carico di irriducibili e tre nei confronti di Lioce, Galesi e Michele Pegna che, rimango convinto, un qualche ruolo - almeno nella rivendicazione dell’omicidio - deve averlo avuto. Non foss’altro che per il fatto di avere avuto la possibilità di leggere praticamente in tempo reale il documento, prima che la rivendicazione divenisse nota. E’ probabile che poi sia stato tenuto lontano perchè un elemento già bruciato può portare solo guai». Una svolta, la cattura della Lioce. «E’ stata spiegata l’importanza del materiale sequestrato, i telefoni, i palmari, ma non è vero - comunque - che brancolavamo nel buio. Certo non disponevamo della ‟vita interna” del gruppo raccontataci, anche quella, in seguito ad un difficile lavoro tecnico su computer e telefoni. Diciamo che immaginavamo un quadro abbastanza rispondente alla realtà, riassumibile in una frase coniata all'inizio del lavoro sul dopo-D’Antona: ‟Abbiamo a che fare con una sorta di cenacolo di disperati”. Dove il termine cenacolo dava la dimensione del numero esiguo e l’aggettivo consegnava l’immagine di gente non più protesa verso la relazione con la ‟classe” - per dirla all’antica -, ma chiusa nel delirio autoreferenziale». E forse quella diagnosi non viene smentita dalla attuali risultanze investigative. Da dove avete cominciato? «Era chiaro a noi tutti che dovevamo cominciare da dove avevamo lasciato: le rapine di autofinanziamento del 1995 che disegnavano una chiara linea, l’asse fra Roma e la Toscana, i Nuclei comunisti combattenti. I famosi «raccordi cresciuti» che, poi, nelle rivendicazioni successive avrebbero dichiarato di essersi assunti ‟la responsabilità” dell’eredità brigatista. E proprio perchè sapevamo dove andare - seppure con la comprensible difficoltà di dover superare il trauma della ricomparsa di un incubo e recuperare un gap investigativo dovuto ad anni di distrazione collettiva -, siamo stati in grado di selezionare le infinite informazioni che arrivavano dalla tecnologia ed evitare di dover colpire nel mucchio». Sembrano irriconoscibili, queste nuove Br. Gabrielli sorride: «Hanno cambiato metodologia: non sembra esistere più la netta distinzione tra regolari e irregolari. E’ possibile, adesso, che ‟i militanti complessivi”, come si chiamano oggi i regolari, non vadano in clandestinità. Forse, questa, è una necessità che deriva dalla impossibilità di poter contare su una vasta gamma di specializzazioni. Il modello è quello impersonato da gente come Morandi e la Banelli: tranquilli piccolo borghesi, anonimi perchè massificati. Con un accorgimento: la scarsa frequentazione di un territorio politico ‟aperto” (assemblee, centri sociali, manifestazioni) che si presta alla facile osservazione delle forze dell’ordine e ad una veloce circolazione delle notizie interne. Questo è anche il motivo per cui si ritiene che non vi sia grande feeling tra le formazioni terroristiche e i militanti dei gruppi antagonisti. Una mancanza di feeling attribuibile anche all’appartenenza ad una diversa origine culturale e anagrafica». Già, il problema dei fiancheggiatori, il paventato pericolo della ‟saldatura” con il resto della galassia eversiva, per esempio il terrorismo islamico. «Alcuni documenti dei gruppi operanti specialmente nel Nordest - dice Gabrielli -, una realtà da tenere sotto controllo per non avere poi sorprese, introducono il concetto della lotta comune all’impero del male, agli Stati Uniti. E se il nemico è comune, unico, non è difficile aspirare a divenire compagni di strada. Al momento, però, sembra solo propaganda. Per i fiancheggiatori, per la cosiddetta zona grigia, bisogna distinguere. Conosciamo una certa area di militanti attraversati da una sorta di tentennamento, il classico ‟vorrei ma non posso”. E’ una realtà da monitorare e, in fase preventiva che non è solo compito della polizia, gestire perchè il tentennamento non ceda alle suggestioni della violenza. In questo senso ci preoccupa il movimento che opera una sorta di mordi e fuggi nel Nordest e, adesso, questa ripresa di microattività di origine indipendentista sarda». Ottimista? «Senza trionfalismi, dico che i risultati arrivano. Anche se non si può cantare vittoria: oggi riteniamo di aver vinto e dopo un po’ magari ci troviamo di fronte ad emergenze che neppure immaginavamo».
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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