Passi per la malevolenza della stampa eurocomunista, asserragliata nel soviet della City e guidata dal Financial Times. Passi per il severo e puntuale vaglio riservato dalle autorità comunitarie alle quadrature del cerchio escogitate da Tremonti per aggiustare i conti pubblici. Ma l’accusa di «statalismo» con la quale la Ue ha bocciato il famoso decreto salva-calcio, quella, per l’Italia berlusconiana, è un incancellabile marchio d’infamia. Sì, statalista. Proprio così. Statalista e assistenzialista, incapace di stare nel mercato, disposta a dopare i conti della propria industria calcistica con un decreto che consente di dilazionare i debiti e transennare i bilanci in rovina. Un decreto che sembra il calco anacronistico delle vecchie misure di pubblica assistenza tanto in voga nell’Italietta democristiana, come se il pallone, postindustrialmente parlando, valesse la chimica o la siderurgia del tempo che fu. Quelli erano pane e questi circensi, ma evidentemente anche i circensi (con quello che contano, elettoralmente parlando) devono sottostare, in Europa, a qualche straccio di regola. Specie quando si macchiano del torto supplementare di fare concorrenza sleale al calcio continentale. In soldoni (tanti soldoni, più di un miliardo di euro), per poter continuare a permettersi calciatori di prima fascia, dallo stipendio di platino, il calcio italiano ha chiesto allo Stato una specie di legge eccezionale che gli consentisse di trasferire i suoi buchi nel futuro: una macchinetta del tempo che l’Europa ha smontato come un trucco da illusionisti. Come fa il Cicap quando smaschera gli imbrogli di maghi e fattucchiere. Il rischio, secondo gli analisti, è che quattro squadre tra le più illustri, le due romane e le due milanesi, significativo doppio derby tra la capitale politica e quella morale, si ritrovino sul lastrico. E che due sole società, Juventus e Sampdoria, avendo rifiutato di applicare ai propri bilanci quell’imbroglio legalizzato dal Parlamento, siano in grado di dribblare il catenaccio europeo e presentarsi al prossimo campionato con le carte in regola. Se è probabile che qualche aggiustamento, magari concordato un po' meglio con Strasburgo, si troverà, la bocciatura del decreto spalmadebiti resta un clamoroso smacco politico e di immagine per il nostro paese e per il governo che lo ha partorito. Intanto perché il conclamato legame tra governo politico e governo calcistico non è neanche classificabile come conflitto di interessi: con Galliani a capo della Confindustria del pallone, i due poteri diventano sic et simpliciter uno solo, coincidono gloriosamente, e Berlusconi che legifera pro-Milan non confligge con alcunché, semmai si festeggia. Ben al di là di questo colossale cattivo gusto, è grave la percezione di un paese le cui vetrine sono sovradimensionate rispetto alla bottega che le ostenta. Un paese che vive al di sopra delle proprie possibilità, disposto a fare carte false pur di non abbassare almeno di qualche tacca il proprio aplomb esteriore. Il famoso «paese povero abitato da ricchi» che la neoappartenenza europea ha almeno il merito di ricondurre a canoni più verosimili, più calzanti a una realtà assai meno dorata di quella che si ama ostentare. Il calcio spende per pagare i calciatori e incassa dai diritti televisivi e dallo sbigliettamento negli stadi. Punto. Il mezzo flop della pay-tv, che ricorda così da vicino, per la sventatezza delle previsioni, quello della new economy, costringerebbe il sistema-calcio a ridimensionarsi. Ma come si fa, quando si è abituati al caviale, a mangiare merluzzo? E in un sistema politico-mediatico nel quale il calcio è diventato il fiore all’occhiello, con un leader di maggioranza che proprio da lì è partito, e che ama sbeffeggiare gli avversari perché «non hanno mai vinto una coppa?», non è forse logico che il governo sia disposto a qualunque invenzione, anche la più cervellotica, pur di mantenere intatto l’enorme potere di propaganda del pallone? Mario Monti, commissario europeo per la concorrenza, è il classico bastone tra le ruote. Ha visto il bue e ha detto: mi spiace, ma è solo una rana gonfiata. Una benedizione per chi crede che i parametri europei (non solo quelli economici) siano l’unico vero argine all’arte di arrangiarsi, e soprattutto di arrangiare gli affari propri, che ispira pateracchi come il decreto salva-calcio. Contro il quale, se la memoria non ci inganna, l’opposizione non ha esercitato il proprio dissenso con eccessiva esuberanza, forse perché, così come tutti tengono famiglia, quasi tutti hanno un abbonamento allo stadio e una squadra del cuore, quasi tutti hanno un collegio elettorale nei pressi dello stadio. Ma una legge che trucca i bilanci - perché di questo si tratta - non avrebbe meritato una forte mobilitazione politica contraria? Disse Victor Uckmar, all’epoca (febbraio scorso), che si trattava di un «falso in bilancio legalizzato». Chissà per quale squadra tiene Uckmar.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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