Al momento più sacro della preghiera per il venerdì, sheikh Eause Hafaji davanti alla folla di fedeli genuflessi per la strada lascia un attimo da parte il Corano per parlare degli italiani. «Noi siamo contro l' attentato. I terroristi sono i nostri nemici e i nemici dell' Islam sciita», esclama puntando il dito contro i militanti di Al Qaeda, gli estremisti sunniti. Sembra un gesto di apertura verso il contingente italiano. In realtà subito dopo parte la stoccata: «Sarebbe bene che gli italiani se ne andassero dal Paese. Ma se proprio non lo vogliono fare, almeno escano dalla città e vadano nelle basi degli americani. L' abbiamo visto tutti, la loro presenza in centro disturba il traffico e mette a rischio la vita della nostra gente». Eause Hafaji non rappresenta certo tutti i circa 3 milioni di sciiti della zona. Ieri un altro sheikh, Mohammad Baker Al Nasser, ha persino indetto una piccola manifestazione a Nassiriya per commemorare le vittime italiane accompagnata da un discorso di cordoglio che sembrava senza ombre. Eppure non va ignorata la mossa di Hafaji, perché lui rappresenta i gruppi estremisti legati alla corrente di Muqtada al Sadr, che da tempo minaccia di creare milizie armate pronte a lanciare la guerra santa contro gli occidentali nella regione. E infatti anche qui i suoi uomini girano armati, protestando di tanto in tanto contro i tentativi dei carabinieri di sequestrare loro pistole e Kalashnikov. «Gli italiani si presentano come una forza di pace? Ma allora perché non ritirano l' esercito e non mandano invece organizzazioni umanitarie civili? Le accoglieremmo a braccia aperte. Lascino a noi iracheni il compito di provvedere alla nostra sicurezza. Anche perché in verità sino ad ora gli italiani non sono stati in grado di assicurare la pace e la tranquillità della gente. La regione resta infestata da bande di ladri, i gruppi armati agiscono indisturbati. Solo una settimana fa nel villaggio di Dawaya, 60 chilometri da qui, ci sono stati gravi scontri armati tra milizie rivali che hanno lasciato sul campo almeno 2 morti e 3 feriti. E cosa hanno fatto le pattuglie italiane sul posto? Se ne sono andate», aggiunge Hafaji. Difficile capire quanto le sue posizioni trovino il consenso della popolazione. Però la visita alla centrale di polizia locale apre inquietanti interrogativi. Ieri mattina gli agenti ci hanno accolto con grandi sorrisi. Più di uno è venuto incontro domandando: «Come stanno Paolo e Marco? Siamo amicissimi, tante volte abbiamo mangiato assieme. I soldati italiani sono gente fantastica. Gli assassini non possono essere iracheni, perché nessuno di noi toccherebbe un capello ai nostri amici italiani». Superati i convenevoli, ecco però arrivare le ombre. Nel cortile gruppi di agenti si lamentano per «l' inefficienza e i ritardi», nella consegna delle armi, delle uniformi, delle auto per le pattuglie. «I carabinieri si sono defilati. Evitano gli scontri a fuoco, non si occupano di dare la caccia a banditi. Da questo punto di vista erano molto più efficienti gli americani», dice un agente poco più che ventenne, Adnan Hussein.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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