«Nam, nam lilsalam»: sì, sì alla pace, scandiscono in coro attraversando le vie della città. «No a Saddam», «No al terrorismo», «I carabinieri morti sono fratelli degli iracheni morti nello stesso attentato criminale, siamo fratelli nel sangue», si legge sui cartelli scritti in arabo. Arrivano in prossimità della palazzina sventrata dall' esplosione proprio mentre a una quindicina di chilometri di distanza le bare delle vittime italiane stanno decollando alla volta di Roma dal grande aeroporto militare americano nella base di Tallil. Un tempismo voluto. Gli organizzatori della manifestazione lavorano a stretto contatto con la forza militare multinazionale, ne conoscono i ritmi, la burocrazia e naturalmente gli uomini. Dunque marciano, saranno poco più di 150, oltre a qualche gruppetto di ragazzini che li segue schiamazzando, e invitano la gente per la strada a unirsi a loro. Ma pochi lo fanno, anche se sanno di godere di una relativa immunità. Sino al massacro del 12 novembre, Nassiriya era stata una zona abbastanza tranquilla. Qui è regno sciita, ci sono le vittime perseguitate da Saddam per un trentennio, a differenza delle zone sunnite, la gente ha visto la guerra davvero come una liberazione. E infatti tra i sostenitori della manifestazione c' è Mohammad Mahdi Al-Nassri, il leader religioso più importante della zona perché legato all' ayatollah Alì Sistani (con base a Najaf), l' uomo di punta degli sciiti moderati in tutto il Paese. Però l' attentato adesso rende tutti più sospettosi. Chi può dire che non ci sia qualcuno a identificare chi marcia in solidarietà con gli italiani? In Iraq qualsiasi azione pubblica a favore della coalizione richiede sempre coraggio, molto coraggio. Quasi non passa giorno senza che qualcuno venga assassinato con l' accusa di «collaborazionismo». E coraggio lo dimostra Abdelkhader Al Taher, membro del nuovo consiglio municipale, che arrivato a ridosso del filo spinato disposto dal genio militare per circoscrivere la zona della palazzina devastata, si rivolge direttamente a un maresciallo dei carabinieri del Tuscania per esprimere il suo cordoglio. «Italiani, abbiamo apprezzato il vostro lavoro, il vostro coraggio, noi siamo con voi», dice tra gli applausi. Il soldato rimane un po' imbarazzato, nel dubbio se eseguire l' ordine di allontanare tutti, anche a costo di usare la forza, oppure rispondere alla mano che gli viene tesa. Alla fine sceglie di fare entrambe le cose: dà una rapida stretta di mano e subito dopo chiede che la folla arretri di 15 metri. «Sono appena arrivato, per me è il primo incontro con la gente di Nassiriya», dice a bassa voce. Forse per compensare i modi bruschi permette poi a un paio di ragazzini di depositare mazzetti di fiori bianchi sulle macerie. Più in là c' è Najim Tai, il rettore dell' università locale. Esclama: «Non dovete mollare, non andatevene, la pace e la sicurezza dipendono da voi».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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