Gli occhi arrossati di chi non dorme da tante ore. E il senso di vuoto, di sofferenza. «Come potrei dormire? Non trovo pace. Dal 17 luglio con altri cinque uomini della nostra unità abbiamo aiutato gli iracheni a salvare il loro passato, a preservare la loro storia. Quattro di loro sono morti. Spazzati via in un secondo. E ora mi chiedono di continuare la missione per difendere i siti archeologici in Iraq. Ma credo che per almeno qualche tempo mancheranno le condizioni di sicurezza. Dovremo per lo meno rinviarla». Parla Silvano Schivo, torinese di 41 anni, maresciallo aiutante dei carabinieri, inquadrato nella squadra investigativa specializzata contro i furti di opere d' arte. Era loro il compito di catalogare e proteggere gli oltre 700 siti archeologici che esistono nella zona di Diakar, attorno a Nassiriya, una delle più ricche di reperti dell' antica Mezzaluna Fertile. «Per quattro mesi abbiamo controllato il territorio in lungo e in largo. Un lavoro che qualche volta mi dava l' impressione fosse come cercare di svuotare il mare con il secchiello. Ma per altri versi è stato di grande soddisfazione: abbiamo salvato reperti assiro-babilonesi, lottato contro i tombaroli nella zona di Ur». Sono loro le foto prese dagli elicotteri in cui si vedono alcuni siti nel deserto scavati come gruviera dai tombaroli di professione. Un grido al cielo. «Ci sono interi villaggi che vivono unicamente di questa attività. Qualche volta noi arrestiamo i ladri, ma poi vengono liberati dai giudici. Dovrebbero restare in carcere sino a 10 anni, escono dopo 8 mesi. Perché qui è la legge della giungla, tutti rubano appena possono». Ma da dopo l' attentato si rende conto che tutto ciò è cambiato. «Quella mattina stavo rientrando dopo essere stato in un villaggio nel deserto. La bomba è scoppiata che io stavo a due chilometri di distanza. I miei compagni si trovavano in cortile per consegnare il loro materiale, visto che avremmo dovuto rientrare assieme per l' Italia prima di lunedì. Ho visto i loro corpi, due erano ancora identificabili». E adesso? «Mi hanno chiesto di restare a Nassiriya sino al 23 novembre per istruire la squadra che ci sostituisce. Ma non ne capisco la ragione. In ogni caso, questo tipo di attività resterà paralizzato ameno un paio di mesi. Nessuno potrà uscire senza una super scorta. Il nucleo investigativo per i siti archeologici resterà in caserma. Noi partivamo soli con la jeep, abbiamo passato momenti indimenticabili assieme. Adesso non mi resta che andare in camera per mettere in valigia le loro cose da spedire alle famiglie». Le testimonianze di questa pagina sono state raccolte da Lorenzo Cremonesi «Quella mattina rientravamo dal deserto, l' ultima missione prima di tornare a casa. Ora dovrò istruire una nuova squadra, ma uscire senza scorta come facevamo sarà impossibile. Troppo pericoloso» VINCENZO GIALLONGO «Sono certo, a questo Paese abbiamo fatto solo del bene» Parte oggi per l' Italia con l' amaro in bocca Vincenzo Giallongo. «L' attentato non cambia la mia convinzione di avere fatto bene in questi mesi di attività in Iraq. Ma certo le immagini, gli odori, il fumo e il sangue dell' attentato mi rimarranno impressi dentro» dice questo maggiore dei Carabinieri destinato a comandare già nei prossimi giorni il reparto operativo di Savona. Due figli, 43 anni, l' esperienza all' estero maturata nella missione albanese nel 2001, il suo lavoro qui a Nassiriya, sin dai primi di luglio, è stato molto particolare. «Attività Simic» lo chiamano nel gergo militare, che significa coordinare la cooperazione tra il contingente internazionale e la popolazione civile. «Abbiamo riattivato il sistema elettrico, quello idrico, fatto opera di sminamento, portato cibo e medicinali a ospedali e orfanotrofi». Lo sanno in tanti tra gli abitanti. «Sanno bene che noi non abbiamo fatto la guerra, siamo una forza di pace, tanto che subito dopo l' attentato almeno uno dei miei colleghi ferito è stato condotto all' ospedale dall' auto di una famiglia irachena». GIUSEPPE LOI «Non me ne vado da qui vincerebbe il terrore» «Ovvio che d' ora in poi sarà diverso. Prima pensavamo che potesse capitare solo agli americani». E' consapevole di doversi attendere mesi difficili il 28enne caporal maggiore Giuseppe Loi. Molto più difficili di quelli trascorsi in Iraq dal contingente dell' esercito che lo ha preceduto. E' arrivato a Nassiriya con il grosso della Brigata Sassari l' 8 ottobre, ci resterà almeno sino all' 8 di marzo. Viene da Esterzili (provincia di Nuoro). Ha già un lungo curriculum di missioni: dalla Bosnia al Kosovo. «Devo ammettere che non ho mai visto tanta tensione come qui in Iraq» dice. Però non chiederà il rientro anticipato: «Non ci penso neppure, se lo facessi vorrebbe dire che hanno vinto loro, i terroristi». Un commilitone esclama senza peli sulla lingua: «Ma guarda questi iracheni, noi portiamo la pace, la ricchezza, e loro ci ringraziano con le bombe! Forse li stiamo trattando troppo bene». E lui risponde: «Solo pochi giorni fa stavamo distribuendo cibo in una scuola elementare. Là sanno che stiamo facendo del bene e ci sono grati». CLAUDIO DI PAOLA «Ci tiravano i sassi e noi non reagivamo» Subito dopo l' attentato, il caporal maggiore scelto Claudio Di Paola, 26 anni, ha preso i barchini in dotazione ed è sceso nelle acque dell' Eufrate. «Pensavamo potessero esservi i corpi delle vittime civili scaraventate nel fiume dalla forza dell' esplosione. Ma non abbiamo trovato nulla, il fondo è melmoso e la corrente supera i due nodi» racconta Di Paola. E' stato il compito più drammatico dal suo arrivo alla base italiana, un mese fa assieme alla Seconda compagnia Anfibi Piave dei Lagunari. Eppure non si è fatto impressionare. «Sono dell' avviso che il nostro compito qui resti molto interessante e noi lo svolgeremo sino in fondo - racconta -, anche se ovviamente le difficoltà e la nostra percezione del pericolo si sono fatte più acute». In particolare, Di Paola ricorda un episodio, successo recentemente. «Una settimana fa, i nostri mezzi sono stati letteralmente lapidati dai lanci di pietre di alcuni tra i 5 mila iracheni che si offrivano volontari per essere arruolati tra i ranghi della difesa civile». «Noi avevamo il compito di fare le selezioni, chi è stato escluso ha incitato gli altri a reagire. Allora lo abbiamo preso come un incidente minore. Ma se dovesse ripetersi dovremmo reagire più duramente». MARINELLA BENEDETTO «Io, donna e inviata tra i leader musulmani» L' attentato ha infranto anche le ultime illusioni di Marinella Benedetto. «Me lo aspettavo, sapevo che sarebbe arrivato» commenta senza nascondere le sue difficoltà di donna occidentale incaricata di tenere i contatti con i partiti politici di Nassiriya. Ha 29 anni, originaria di Potenza, da pochi mesi era stata nominata maresciallo dei Carabinieri presso la caserma di Cento (provincia di Ferrara). Poi l' offerta per «l' avventura Iraq». E' a Nassiriya dal 19 ottobre. Poco, ma abbastanza per capire che qui la realtà non è quasi mai ciò che appare. «Spesso quando incontro i leader locali mi vengono raccontate almeno due versioni contrastanti e mai nessuna verificabile. I musulmani locali non mi guardano mai negli occhi perché sono donna, dicono che la loro cultura e la loro religione non glielo permettono». «Mi hanno scelto nel nucleo info-investigativo perché ho una laurea in lingue e sto studiando l' arabo. L' esperienza è affascinante, ma anche molto frustrante: non sai mai dove sia il vero». BRUNO GARLANT «I falsi allarmi erano troppi non ci facevamo più caso» «Troppe volte ci avevano gridato al lupo al lupo. Talmente tante che alla fine non ci facevamo quasi più caso» dice Bruno Garlant, 35 anni, maresciallo ordinario del terzo reggimento genio di stanza a Udine e ora capo del nucleo anti-sabotaggio e anti-terrorismo nel contingente di Nassiriya. Davvero un uomo da prima linea: ha servito in Albania, Somalia e Kosovo per 3 volte. A Nassiriya il suo compito è fare attenzione a ogni segnalazione di oggetto sospetto o possibile auto-bomba, comprese quelle nel settore americano. «Dal mio arrivo, il 6 ottobre, ho ricevuto centinaia di allarmi, per lo più bombe sospette nei pressi delle zone di operazione delle truppe della Coalizione. Ma erano tutti falsi allarmi. Se guardiamo ai fatti, l' attacco alla base dei carabinieri è stato anche la prima bomba vera nella nostra zona operativa. Non c' è da stupirsi che il livello di allarme non fosse troppo elevato». E ora? «Non si torna indietro, continuiamo a lavorare, cercando di imparare dal passato». STEFANO VENUTI «So di aver salvato la vita a tanti bambini» «Se non ci fossimo stati noi, tanti altri iracheni, e soprattutto tanti bambini, oggi sarebbero senza gambe, senza braccia. O addirittura morti». E' arrivato solo il 30 ottobre il capitano Stefano Venuti, 37 anni di Udine. Ma in questo breve tempo, con la trentina uomini del Terzo reggimento genio guastatori, ha già raccolto e fatto brillare oltre 2.900 ordigni di ogni genere e tipo, raccolti nelle campagne di Nassiriya. A fine febbraio gli nascerà la prima bambina. «Stiamo pensando di chiamarla Marianna e spero di essere a casa per allora. Ma se anche non arrivassi per quel giorno non mi dispererei, perché so che sto compiendo un lavoro giusto». Un lavoro pericoloso quello dell' artificiere. Lui lo ha già svolto con successo in Albania nel 1996, poi in Bosnia e Kosovo. Questa è però un' area di battaglie storiche, sottoterra sono rimaste, in forma di mine, bombe a frammentazione, esplosivi artigianali, le tracce di altri conflitti, come le rivolte civili del 1991. Solo una settimana fa, un bambino ha perso un braccio per lo scoppio di una bomba. «Storie come questa mi fanno dimenticare la paura per l' attentato che abbiamo subìto e rinnovano l' impegno a continuare il mio dovere».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>