C' è la pattuglia di civili che ti ferma di notte con il Kalashnikov in mano per vedere il passaporto e frugare nei bagagli, ma ci sono anche le decine di persone che in uno slancio di solidarietà spontanea esclamano per la strada: «Come stanno gli italiani?», sono «amici», dicono cercando di imitare l' accento dei soldati. Questa è Nassiriya, una città che può essere riconoscente di giorno e ostile di notte, un puzzle di nuovi movimenti politici, guerriglieri armati e poeti desiderosi di venire a studiare nelle università europee. Il racconto della città il giorno dopo inizia da Difaf Hassan, una ragazza 25enne incontrata per strada che si avvicina di sua volontà (fatto rarissimo per una donna in questa regione profondamente sciita) per chiedere: «Come sta Maurizio. L' ho conosciuto un giorno quando sono venuta dai carabinieri: è morto, è ferito, per favore come sta?». Difaf ha avuto il padre, un vecchio dirigente del Baath locale, assassinato in luglio nella lunga catena di vendette seguite alla guerra. Avrebbe tutti i motivi, lei ex figlia della nomenklatura di Saddam, per odiare gli italiani. Ma non è affatto così. «Loro sono diversi dagli americani. Sono uomini di pace, non di guerra». Al grande ospedale pubblico ci sono le vittime civili dell' esplosione. «Abbiamo 63 ricoverati, di loro almeno 15 sono molto gravi, alcuni sono stati portati d' urgenza negli ospedali in Kuwait», spiega un medico. Nessuno ha il conto complessivo dei morti. «Qualcuno potrebbe essere stato scaraventato nel fiume dallo scoppio. Le tv arabe parlano di 30 morti. Al momento dell' esplosione l' area era trafficatissima», aggiunge Alì Hussein, un infermiere. Quando si cerca di parlare con i feriti sui letti, la riposta è eguale per tutti. «Gli attentatori non sono iracheni e certo non è gente di Nassiriya. Perché qui gli italiani sono rispettati, hanno solo cercato di fare del bene e di aiutare», dice Wissam Mothie, un 25enne colpito dalle schegge all' addome e alle gambe. «I terroristi sono fanatici di Al Qaeda, vengono dall' Arabia Saudita o dalla Siria. Comunque criminali che non sono interessati al benessere degli iracheni», aggiunge Mohammad Alwan Halaf, 28 anni, l' altra mattina era andato alla palazzina dei carabinieri per cercare di farsi arruolare nella nuova guardia civile. «Ero in coda quando c' è stato l' attentato. Per fortuna ai primi spari mi sono buttato a terra. Però gli italiani sono stati troppo bravi, troppo rispettosi. Avrebbero dovuto rispondere subito e con violenza agli spari dei terroristi, invece hanno reagito con cautela per non ferire la gente per strada. E così il camion bomba ha avuto gioco facile nel trovarsi un varco», continua. E i toni non cambiano neppure da Abu Furat, capo di una delle tribù più influenti della zona. «Gli italiani sono morti come gli eroi dell' Onu e della Croce Rossa, tutta gente che voleva la pace e il nostro bene». Nassiriya, sulla strada tra Bagdad e Bassora. Oltre 800 mila abitanti sciiti, che furono tra le avanguardie delle grandi rivolte contro Saddam nel 1991 represse nel sangue dal raìs. Poco più a sud iniziano i giacimenti di petrolio che vanno a congiungersi con quelli in Kuwait e Arabia Saudita. Ecco perché la guerra per il potere su Nassiriya resta aperta. Negli ultimi tempi sono apparse milizie armate sul modello di quelle delle città sante per gli sciiti di Karbala e Najaf. Ieri sera abbiamo contato almeno 3 posti di blocco, uno a poche decine di metri dall' altro, composti da miliziani diversi. Le Brigate Badr, i fondamentalisti di Hamas e del vecchio partito islamico Al Dawa. Uomini divisi dalla loro volontà di dominio nel vuoto di potere lasciato dalla caduta di Saddam. E desiderosi di alzare la testa. «Gli italiani dovrebbero lasciare a noi il compito di garantire la sicurezza della città. E loro occuparsi solo dagli aiuti umanitari», dicono all' unisono Nasser Jaez Reawid di Al Dawa, e Ahmed Al Hussein delle Brigate Badr. Tra loro sono in aperta competizione, eppure dimostrano lo stesso risentimento quando criticano gli ultimi blitz dei militari italiani per sequestrare le armi: «Non dovrebbero immischiarsi in queste faccende. Le armi sono affare nostro». Le faide locali dimostrano tutte le nubi all' orizzonte dalla missione italiana. In periferia, col calare della sera, imperano le bande di predoni: vincono le antiche leggi beduine, per cui sono le tribù a gestire il territorio.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>