Nassiriya - «Avremmo potuto tagliare la città in due. Asserragliarci in un bunker. Ma non saremmo stati una missione umanitaria. E per la pace, per il bene degli iracheni, abbiamo pagato un prezzo altissimo, terribile». Potremmo ricorrere a tutte le parole messe a disposizione dall' arte della retorica per descrivere il colonnello Georg Di Pauli che si aggira tra le macerie della base dei carabinieri. Ha gli occhi arrossati? E' smarrito? Parla delle ore infinite trascorse in quasi trent' anni di servizio con i «miei uomini migliori»? Un poco sì. Ma quello che gli preme piuttosto di raccontare ora è la storia del suo contingente in Iraq. E anche, riflettendo ad alta voce, iniziare a capire come mai si è giunti «a questa tragedia». «Quando arrivammo in Iraq a metà giugno trovammo che le difese approntate dai contingenti americani di stanza a Nassiriya erano approssimative - dice il colonnello -. Io le feci rafforzare con le barriere di terra, oltre 400 sacchetti di sabbia, la chiusura parziale della strada di fronte alla palazzina dei servizi logistici. Poi però feci quello che ho sempre fatto nelle mie missioni nella ex-Jugoslavia, nelle zone palestinesi e persino in Sicilia: organizzai un capillare servizio di intelligence utilizzando elementi locali. E posso dire con tutta coscienza che erano estremamente efficienti. Mi hanno aiutato in infinite occasioni, tanto da essere certo che gli autori di questo attentato non vengono da Nassiriya. Sono elementi esterni, ben organizzati, motivati, finanziati. Gente che ha un piano, ci ha studiato per settimane e settimane, ha colpito secondo uno schema che trascende la situazione particolare di questa provincia». Cammina ancora un poco dando qualche calcio a un pezzo di marmitta annerito. Viene dal mezzo dell' attentatore? «Non so. Qui è ancora tutto da esaminare». I testimoni raccontano di aver sentito una lunga sparatoria prima della deflagrazione. «I miei uomini si sono battuti come leoni», dice Di Pauli che al momento dell' esplosione era in missione a Bassora. «Ho sentito i bollettini radio e due ore dopo ero tornato indietro». Un attimo di silenzio guardando ciò che resta del suo ufficio sventrato al terzo piano: «Là è morto uno dei miei amici di lunga data. Il luogotenente Enzo Fregosi di Livorno, lo conoscevo da 25 anni, per noi tutti era un mito». Inevitabile arriva la domanda chiave. Ma insomma, dopo gli attentati all' Onu, alle ambasciate e persino alla Croce Rossa, come potevate pensare di non essere nel mirino? «Sapevamo di essere a rischio. Gli attentatori hanno colpito indipendentemente dai risultati del nostro lavoro, perché vogliono fermare la normalizzazione, vogliono riportare l' Iraq alla dittatura. Noi però abbiamo privilegiato da sempre la filosofia chiave della nostra missione, che è quella di tenere aperto il rapporto con gli iracheni, con la gente. Volevamo essere un aiuto, non un fastidio». Massima sicurezza per i nostri soldati, oppure piena cooperazione con la popolazione? Questo è il dilemma cui viene adesso chiamato a rispondere il nuovo comandante dei circa 550 uomini legati al nucleo dei carabinieri paracadutisti del Tuscania (oltre 150 in più del contingente arrivato a giugno), colonnello Carmelo Burgio. I due avrebbero dovuto avvicendarsi oggi, si accompagneranno invece per qualche giorno in più. «Per forza di cose occorrerà trovare un compromesso tra la filosofia di pace che impronta la missione e l' incolumità dei nostri uomini - dice Burgio -. E' ovvio che non sarà più come prima, l' attentato cambia le regole del gioco». Dunque viene chiusa la strada lungo l' Eufrate, che si trovava tra le palazzine degli italiani sui due lati del fiume e il ponte di collegamento. Così gli italiani creeranno una larga «zona verde» fino al museo archeologico e al parco dell' università. I resti dell' edificio semidistrutto verranno definitivamente abbattuti. Gli italiani saranno concentrati tutti in una zona unica, che sarà però molto più isolata che in precedenza. «Pazienza,vorrà dire che gli abitanti di Nassiriya useranno gli altri ponti», dice Burgio. Ha 46 anni, è stato in Libano nel 1982, poi in Bosnia, in Albania, non ha nulla da invidiare al curriculum di Di Pauli. E' abituato alle situazioni di emergenza. Eppure farà di tutto per non abbandonare i principi della missione umanitaria: «I carabinieri sino a ora hanno avuto un ruolo fondamentale anche nell' assicurare che gli ospedali e le strutture sanitarie pubbliche non fossero monopolizzati dai gruppi politici e militari locali. Questo non cambierà assolutamente. Se il pubblico e i medici ci chiederanno di difenderli, come è accaduto più volte in passato, noi lo faremo con tutta la nostra determinazione».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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