Vicenza - Nassiriya. Un nome che pesa come piombo, fa ammutolire gli islamici del pianeta padano. Arrivano sotto un cielo basso, vanno alle loro moschee-capannoni per la preghiera del venerdì, ma basta quella doppia esse per farli zittire. «Ssss», come silenzio, come bocche sigillate. Eppure non è indifferenza, assuefazione. E' un' altra cosa: paura. Paura della politica, che li possa manipolare, chiudere in una tenaglia. Da una parte certe loro associazioni, che liquidano l' attentato come «resistenza» e il nostro esercito come «occupante». Dall' altra l' opinione pubblica italiana, che può sentire l' Islam di casa come quinta colonna, fraintendendone ogni distinguo pacifista. Moschea di San Giacomo di Veglia, presso Bassano del Grappa. Un prefabbricato e una villetta in mezzo alle industrie pimpanti del Nordest. Eccoli gli operai di Allah. Muti, specie se in gruppo. I tempi sono duri, partigiani, ma loro non accettano di essere schedati. Vogliono vivere in pace con la terra che ha dato loro lavoro. Allora, per capire, devi prenderli uno alla volta. Scoprire che, sotto la cortina del silenzio e la solidarietà per i parenti delle vittime, non c' è affatto un pensiero unico, ma una pluralità tormentata. Ecco le loro risposte sulla strage. Manzur: «Nessuno sa chi fa questi attentati, se è resistenza, terrorismo o criminalità comune. Dico solo questo: quando mandano truppe straniere a casa tua, è fatale che siano sentite come occupatrici e diventino bersaglio». Conosce perfettamente la storia d' Italia. Spiega: «Cos' erano i partigiani che misero una bomba contro i tedeschi in via Rasella: terroristi? Non mi pare che i libri di scuola lo dicano. Tutto dipende da chi scrive la storia dopo. Cioè dai vincitori». Ma allora, è o non è, pure questo, un atto di resistenza? «Può esserlo. La resistenza colpisce con ogni mezzo. Anche gente, come gli italiani, che erano lì a dialogare con la gente comune». Assoluzione condizionata, dunque. Ma basta poco a smontare il teorema. Basta che intervenga Fuad, e faccia il nome di Allah. «Qualsiasi atto di violenza cieca è contro il Corano. Come l' attacco dell' 11 settembre. E poi qui sono morti anche civili iracheni. No, non c' è martirio, non c' è testimonianza in questo». E Faheem: «Questo è un peccato contro l' Islam e contro la gente di Nassiriya. Se gli italiani se ne vanno sarà tutto molto peggio. La gente tornerà vittima delle fazioni. E non c' entra niente col fatto che considero questa guerra una guerra inutile. Il nodo di Saddam - conclude - poteva essere risolto in altro modo». Il dibattito si anima, si chiamano in causa le associazioni islamiche in Italia. L' Ucoii, per esempio, l' Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche di casa nostra. A dire dei suoi esponenti centrali, l' esercito italiano a Nassiriya «non aveva da difendere nessuna Patria e nessuna Costituzione», quindi ora non deve fare altro che andarsene. Anche qui c' è chi è d' accordo e chi è decisamente contrario. Muhammar: «L' Ucoii lavora solo per coltivare il consenso, fa come Bossi con i leghisti, eccita le reazioni basse, lavora sullo stomaco non sul cervello. E' successo anche con la storia del crocefisso. Adel Smith a quelli non gli sta simpatico, lo vedono come un rompiscatole. Ma dopo quel putiferio, non lo hanno attaccato, motivando col fatto che era musulmano». Nadir, che è un partigiano dell' Ucoii, si dichiara sbigottito per la tragedia, ma anche indignato per la reazione dei giornali. «Perché su Nassiriya si chiede un' opinione solo a noi musulmani? Questo è un ragionamento politico, con l' Islam non c' entra niente. Un sacco di parlamentari, pacifisti o di sinistra, hanno detto che questa è una guerra inutile e che le truppe italiane devono andarsene. Ma nessuno ha chiesto a loro di esprimersi. Tutti se la prendono solo con noi». E se gli italiani se ne vanno, che succede? «Di certo la situazione non peggiora. Se i nostri restano, invece, è garantito che assisteremo a un' escalation vietnamita». «No, così si porta alla deriva la comunità» brontola Abdullah, incontrato presso il centro islamico di via dei Mille a Vicenza. E' stanco di questa storia, e il digiuno del Ramadan lo rende ancora più insofferente. Spiega: «Non si elabora un Islam evoluto nelle nostre associazioni. I suoi capi sono una minoranza completamente staccata dalla vita dei musulmani in Italia. Il fatto è che la stampa italiana dà loro spazio e quindi consenso, diventando complice di un atteggiamento retrogrado. Il motivo lo sanno tutti. Sentire uno che urla sventolando il Corano, anche in questa storia, fa audience». Una comunità sotto stress. «Sangue e ipocrisia» titola un ragazzino sedicenne di nome Mohammed in un messaggio diramato via mail. «Questi morti - scrive - sono sulla coscienza di Berlusconi» che ha deciso di dar man forte agli americani. E dirama un appello di solidarietà «per il popolo iracheno che resiste». Ma l' Associazione dei giovani musulmani manda in rete una nota di tenore opposto, in cui loda le truppe che hanno «svolto un buon lavoro a favore e non contro la popolazione locale, per riportare sicurezza e stabilità». Guardiamo le Tv arabe in casa di Fahraddin, sempre a Vicenza. E' l' ora dei telegiornali, c' è l' antenna satellitare, appaiono Al Jazirah, Al Arabiya e il canale di Abu Dabi. Tutte tre mostrano la gente di Nassiriya sconvolta per l' aggressione agli italiani. «Ecco, tutta la nostra gente vede queste immagini. Come si fa a sostenere che i nostri soldati sono lì come occupanti? Come si fa a farlo senza malafede?». Insomma, dibattito aperto, talvolta violento, dietro l' apparente uniformità del silenzio di superficie. Al telefono, Abdallah Kabakebbji, uomo di punta dell' Associazione dei giovani musulmani, non ha dubbi: «chi uccide civili, e militari che aiutano civili, è un terrorista. Lo diciamo anche dei kamikaze palestinesi, distinguendoli nettamente dalla resistenza civile. Questa nostra posizione è chiara. Ma per noi sarebbe infinitamente più semplice sostenerlo, se altri avessero il coraggio di dire altrettanto degli istraeliani quando uccidono civili palestinesi». E chiude: «Vorrei lo si capisse, nel pianeta musulmano c' è una varietà grandissima di opinioni. Se l' Italia accetterà questa pluralità, raccoglierà cittadinanza. Altrimenti sarà il ghetto. La contrapposizione».
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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