La sinagoga non è un luogo sacro: per parlare con Dio ogni posto al mondo è buono, che s'abbiano o meno quattro mura intorno e un soffitto sulla testa. Per l'ebraismo la sacralità è una specie di astrazione, è il senso stesso della vita. Santo è il nome di Dio, sante sono le parole del Libro: il tempo, lo spazio e la materia non sono capaci di donare elevazione, soltanto di riceverla dallo spirito che li abita. Sinagoga è una parola greca - e non è un caso se per designare il luogo di preghiera dell'Altro per eccellenza nella storia dell'Occidente si sia usato un termine di pura tradizione classica: significa «luogo di riunione», proprio come il suo calco ebraico, bet ha-kneset. Una stanza dove si entra per stare insieme invece che da soli. Vuoi perché a volte il cielo è duro d'orecchi e se si è in tanti a parlare magari sente meglio, vuoi perché talvolta stare soli, qui in terra, può diventare pericoloso. Questo spirito originario della sinagoga come luogo in cui dichiarasi a vicenda che «insieme» è meglio, ha animato la giornata di ieri, che ha avuto eco anche sui media d’Israele. Un Sabato ebraico come gli altri, anzi un poco diverso, perché in sinagoga sono arrivati in tanti: persone comuni e politici. Amici e conoscenti. Gente che c'era già stata e altra che non vi aveva mai messo piede. È cominciato tutto qualche giorno fa, con uno scambio di riflessioni fra Gad Lerner e Dino Boffo, direttore de L'Avvenire: l'invito dell'uno all'altro a venire sabato al tempio - anche con questo nome un po' pomposo e un po' confidenziale gli ebrei italiani chiamano le loro minute case di preghiera. L'invito, propagatosi come onde concentriche intorno al sasso gettato nell'acqua, è stato colto con una specie di entusiasmo triste, e tante sinagoghe d'Italia si sono riempite benché non fosse una festa, bensì uno Shabbat qualunque. Non in nome di una generica e talvolta retorica solidarietà affatto innocua per chi la offre, bensì per impulso di quel «sussulto di condivisione» che ci si augurava. Qualcosa di ben più attivo e umanamente impegnativo. Venire in sinagoga di questi tempi significa infatti confrontarsi con massicci schieramenti di polizia che vegliano gentilmente sull'incolumità dei fedeli, superare transenne, panettoni di cemento, e anche una certa diffidenza generosa di domande, che è il frutto della paura. Se la sicurezza è da sempre una voce nella vita quotidiana delle comunità, in questi tempi più che mai gli ebrei italiani si sentono guardiani di se stessi - e con l'aiuto delle forze dell'ordine: siamo talmente avvezzi a questo ruolo imposto, che non ci si interroga nemmeno più sull'assurdità del fatto che un luogo di preghiera abbia una camionetta che gli staziona sempre davanti, per difenderlo. La giornata di ieri ha significato per molti constatare questa realtà quasi paradossale, e capire che le sinagoghe non si aprono solo in benerite giornate di itinerari turistici o per percorsi museali sapientemente guidati. Al di là delle transenne e dei controlli, le sinagoghe vorrebbere esserlo sempre, aperte: perché insieme è meglio che da soli.
Elena Loewenthal

Elena Loewenthal

Elena Loewenthal è autrice di saggi e romanzi, oltre che traduttrice e curatrice di numerosi testi della tradizione ebraica e d'Israele. I suoi ultimi libri sono Dimenticami (Bompiani 2006), Scrivere di sé (Einaudi 2007), Conta le stelle, se puoi (Einaudi 2008). Insegna Cultura ebraica alla facoltà di Filosofia dell'Università San Raffaele di Milano e scrive su ‟La Stampa”.

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