LONDRA - Dopo una settimana di lacrime e sangue, Londra in stato d' assedio per Bush, attentati contro obiettivi britannici a Istanbul, paura di nuovi attacchi terroristici in patria, gli inglesi si consolano con una vittoria storica e una sbornia colossale. La vittoria è la prima di una loro squadra nazionale in un campionato del mondo da quasi quarant' anni: la precedente risale al 1966, quando l' Inghilterra conquistò (in casa) la Coppa Rimet, come si chiamava allora il mondiale di calcio. La sbornia è l' effetto di cinquanta milioni di pinte di birra (calcolo dell' associazione produttori) trangugiati dai tifosi nei pub, che hanno aperto a un orario insolito, le 9 del mattino, per approfittare della diretta televisiva dall' Australia. «E' un giorno fantastico, siamo orgogliosi di voi», ha detto il primo ministro Blair. Perfino Chirac, al di là della Manica, ha inviato le congratulazioni: «Una vittoria per l' Europa intera, per la prima volta il titolo del rugby va a un paese dell' emisfero settentrionale», ha dichiarato il presidente, nonostante sia stata proprio l' Inghilterra a eliminare la Francia in semifinale. Hanno celebrato i Royal Marines in Iraq e gli espatriati inglesi a Istanbul, a dispetto del consiglio del Foreign Office di non dare nell' occhio: «Ancora una volta - è stato il loro brindisi - ha prevalso lo spirito del bulldog». Tutto normale, dopo il lungo digiuno di trofei internazionali. Ma nella giornata di giubilo inglese c' è anche qualcosa di insolito. Intanto, l' eroe del pallone: che una volta tanto non si chiama David Beckam, e anzi non potrebbe essere più diverso dall' esile divo del football. Jonny Wilkinson, autore del punto decisivo e capocannoniere dei mondiali, non ha i capelli lunghi, non è sposato con una pop star, non scrive autobiografie per raccontare i bisticci con l' allenatore, non guadagna (non ancora) come Beckam. Ha le spalle larghe, la mascella quadrata, il sorriso timido: sembra un eroe d' altri tempi, un giovane Michael Caine, perfetto per un film inglese sulla seconda guerra mondiale. Insolita deve essere apparsa la partita, ai milioni che avranno guardato per la prima volta un incontro di rugby, come capita quando la nazionale del proprio paese è in finale. Botte da orbi nelle mischie, come da regolamento: ma nessuna scorrettezza in campo, nessuna scena madre per guadagnare un penalty, nessuna contestazione dell' arbitro. Solo un' epica battaglia tra avversari che, alla fine, si sono abbracciati senza drammatizzare: gli australiani senza scoppiare in singhiozzi, gli inglesi senza fare le capriole. Idem sugli spalti: nessuna rissa fra opposte fazioni di tifosi. E nei pub, in Inghilterra, soltanto una (pacifica) ubriacatura collettiva: dopodiché niente caroselli d' auto, tuffi nelle fontane, mortaretti. Tutto merito della pioggia, dell' autunno inglese? Le ragioni sono note, a chi un po' conosce questo sport. Il rugby insegna il corpo a corpo, ma pure la solidarietà tra compagni, una dose di umiltà, il rispetto dell' avversario. E' inoltre, almeno qui, lo sport della middle-class, della classe più istruita e benestante: lo si impara in genere nelle scuole private, mentre nelle pubbliche i ragazzi giocano a football. Ciò spiega, fino a un certo punto, perché non ha "hooligans", in campo e fuori. Eppure, nonostante le differenze, non sarà che il pallone rotondo ha qualcosa da imparare dalla palla ovale? Il football inglese viene da mesi di doping, cocaina, stupri, sputi, scorrettezze, bizze e violenze: che sollievo, ammettono in tanti, assistere a una finale come quella di ieri in Australia. «Come minimo, dobbiamo insegnare ai giocatori che le decisioni dell' arbitro non si discutono», commenta in tv un dirigente della federazione calcio. «Scandali e polemiche danneggiano l' immagine del football anche dal punto di vista promozionale - gli dà ragione uno sponsor -, ora il rugby potrebbe diventare un veicolo pubblicitario più positivo del calcio». Wilkinson che sostituisce Beckam sul piedistallo? Per una sera, è consentito sognare. Specie dopo qualche birra di troppo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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