All' inizio hai l' impressione che sia solo una bomba a colpire l' hotel Palestine. Con un boato appena un poco prolungato, alle 7 e un quarto di mattina. Solo più tardi vedremo i fori di entrata di almeno 4 razzi, tutti all' altezza del sedicesimo piano. Dalla vibrazione dei muri, lo scrosciare dei vetri infranti viene in mente il colpo sparato contro questo stesso hotel da un tank americano l' 8 aprile, nelle fasi cruciali della battaglia per Bagdad, quando morirono due colleghi della Reuters. La confusione è la stessa: lo stesso fracasso di porte sbattute, le stesse voci concitate nei corridoi, ancora la gente che scende a capofitto nella tromba delle scale in pantofole, in mano il marsupio con soldi e passaporto. Ma questa volta è andata relativamente meglio. Solo tre feriti, uno grave (forse un agente privato americano assoldato dalle compagnie Usa ingaggiate nella ricostruzione del Paese) e un paio di iracheni sfiorati dalle schegge. Anche lo Sheraton, un centinaio di metri dal Palestine, è stato colpito. Un solo foro di entrata ai piani alti, tanti danni, ma nessuna vittima. Davvero un attentato annunciato. In questa fase finale del Ramadan l' allarme è al massimo. Ieri tra l' altro è stato anche colpito da missili il ministero del Petrolio, dove si è sviluppato un incendio presto domato. Ma soprattutto era dai primi di luglio che il tam tam della guerriglia aveva fatto sapere che erano sotto tiro, oltre alle truppe della coalizione guidata dagli americani, anche le ambasciate e gli alberghi «abitati da occidentali». E da allora le truppe Usa avevano transennato l' area lungo il Tigri, la celebre Abu Nuwas (dove prima della guerra si passeggiava e si mangiava pesce nei ristorantini sul fiume), sino ai due hotel con filo spinato, barriere di cemento, tank e posti di blocco. Ma da quando agli inizi di ottobre era stato colpito con 22 razzi katiuscia (di cui 9 esplosi) l' hotel Rashid, la sede superprotetta dell' Amministrazione Usa, era facile supporre che la guerriglia potesse usare lo stesso metodo anche qui. E così è stato. Ma con una variante più fantasiosa. Le katiusce contro il Rashid erano montate su di un rimorchio agganciato a un gippone. Ieri invece è stato utilizzato un carretto trainato da un asinello. «Un metodo pratico per non essere notati, specie nelle strade vuote di questo ultimo venerdì di Ramadan» osserva un poliziotto iracheno di guardia all' entrata dei due alberghi. Pare che fossero montati oltre 20 missili, ma l' asinello si sarebbe imbizzarrito bloccando il meccanismo di sparo. Le truppe Usa confermano di aver fermato un paio di sospetti che potrebbero essere gli attentatori. In ogni caso, i terroristi ottengono almeno un importante successo: il mondo torna a parlare di loro e della spirale della destabilizzazione in Iraq. Stesso allarme e stesso possibile sistema di attacco anche contro l' ambasciata italiana, nel quartiere residenziale di Waziriyah. «Verso le 10 e trenta di mattina una pattuglia della polizia irachena assieme a una di militari americani ha individuato a meno di mezzo chilometro dall' ambasciata due carretti trascinati da asinelli che trasportavano il primo una ventina di razzi e il secondo un carico di esplosivo. Non ci sono arresti» ci ha raccontato ieri l' ambasciatore Antonio Armellini, che è stato inviato dal ministero degli Esteri per coordinare la presenza italiana all' interno dell' amministrazione provvisoria guidata dagli americani. «Per ora non abbiamo prove definitive che la nostra ambasciata fosse l' obiettivo» aggiunge Armellini. Ma gli americani non vogliono correre rischi e per alcune ore bloccano l' accesso alla palazzina da oltre un chilometro di distanza. Da un paio di mesi tra l' altro sono state rafforzate le difese, come l' erezione di barriere e la chiusura delle strade adiacenti l' ambasciata. Si susseguono gli allarmi anche a Nassiriya. Ieri mattina, ai giornalisti è stato consigliato di lasciare il loro albergo e trovare riparo all' interno della base italiana di Antica Babilonia. In serata, si è capito il perchè: i militari italiani hanno localizzato cento chili di esplosivo. Unità del Genio si sono recate sul posto per recuperarle. Il sospetto è che l' esplosivo fosse pronto per un nuovo attacco contro gli occidentali nella zona.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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