BAGDAD - Da ieri l' Iraq è un po' più isolato. E' la conseguenza del tentativo da parte della guerriglia di abbattere in prima mattinata un aereo civile che stava decollando dall' aeroporto internazionale di Bagdad. Erano circa le sette quando un missile terra-aria di fabbricazione sovietica Sam-7 colpiva l' ala sinistra di un Airbus-300 con tre uomini d' equipaggio a bordo, utilizzato dalla compagnia internazionale di spedizioni Dhl. Uno dei motori del cargo ha preso fuoco, ma il pilota è riuscito a tornare su Bagdad ed effettuare un atterraggio d' emergenza. «E' il primo attentato dei terroristi che riesce a colpire in aria un velivolo civile» confermano poco dopo i portavoce militari americani. Un nuovo colpo per destabilizzare il Paese e dare al mondo l' immagine di una situazione sempre più caotica. In realtà già da metà luglio c' era allarme per possibili attacchi all' aeroporto, luogo simbolo della guerra. Proprio da qui arrivarono le prime unità americane che strinsero d' assedio la capitale a inizio aprile. E la battaglia per il controllo dell' aeroporto fu lo scontro a fuoco più importante prima che i marines facessero irruzione nel centro. Poi il nuovo governo di transizione promise che la ripresa dei voli internazionali sarebbe stata questione di settimane. Avrebbe significato la vittoria della normalizzazione del dopo-Saddam dopo 13 anni di embargo internazionale, che aveva paralizzato qualsiasi connessione aerea regolare tra l' Iraq e il mondo (negli ultimi due anni solo la Royal Jordanian e la compagnia nazionale siriana avevano instaurato voli di linea, peraltro poco regolari). Ma la normalità non arrivò mai. L' aeroporto appena ristrutturato è diventato una cattedrale nel deserto. Newsweek l' ha definito «il simbolo del limite dell' occupazione Usa, più che la nuova apertura dell' Iraq al mondo». Il 17 luglio furono sparati alcuni missili a un C130 americano in atterraggio, mancato per pochi metri. Ad agosto fu chiaro che ben poche compagnie aeree internazionali erano pronte a correre il rischio. La Dhl fu tra le uniche agenzie estere ad accettare la sfida, inviando sino a sei voli quotidiani per il trasporto merci. Per i passeggeri civili si doveva ricorrere agli aerei dell' Onu (oggi quasi spariti) e a quelli quotidiani della Royal Jordanian e della sudafricana privata Air Serve. Ogni tanto vola la Croce Rossa. Adesso però anche questi canali sono a rischio. Ieri la Dhl ha fermato i voli, sino a nuovo ordine. La Royal Jordanian li bloccherà almeno per due giorni. Il disegno della destabilizzazione torna a colpire anche le forze di polizia irachene. Ieri mattina, due autobomba hanno portato terrore e morte nei commissariati di Khan Bani Saad e Baquba, a nord di Bagdad, nel cuore del cosiddetto «triangolo sunnita», roccaforte degli irriducibili dell' ex dittatura. Il bilancio delle vittime è pesantissimo: almeno 18 morti, tra cui 13 poliziotti iracheni. Il resto sono civili e tra loro c' è anche un bambino di quattro anni. I feriti sono un centinaio. Così la guerriglia dimostra di essere pronta a tutto pur di colpire i «collaborazionisti» al servizio degli americani, proprio mentre il governatore Usa in Iraq, Paul Bremer, mira alla costruzione di una forte polizia locale per garantire un veloce passaggio dei poteri al Consiglio di governo iracheno. Già il 27 ottobre, primo giorno del Ramadan, fu macchiato dal sangue delle decine di morti negli attentati alla Croce Rossa internazionale e a quattro stazioni di polizia a Bagdad. Ora la fine del mese santo musulmano potrebbe essere marcata da simili carneficine. Allarme anche dai Carabinieri a Nassiriya. Dopo le voci sulla possibilità di nuove autobomba in città e il fermo di almeno cinque persone, l' altra notte sono stati arrestati altri tre uomini (sembra tutti iracheni) in alcune abitazioni dove sarebbero state rinvenute armi. Il comando italiano tende a escludere che possano essere coinvolti nell' attentato del 12 novembre, ma sospetta che stessero preparando nuove azioni terroristiche.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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