Londra - «Un complotto razzista, ordito dalla Gran Bretagna e dai suoi alleati bianchi», ruggisce Robert Mugabe, inamovibile presidente dello Zimbabwe. «Una decisione che Mugabe, e purtroppo anche il suo popolo, rimpiangeranno amaramente», ribatte gelido Jack Straw, ministro degli Esteri britannico. Sembrerebbe un arcaico linguaggio da era coloniale, invece è la polemica coda del summit del Commonwealth, l' associazione che riunisce 54 paesi ex-membri dell' Impero britannico. Da ieri, 53. Il «complotto razzista» a cui allude Mugabe è la sospensione dello Zimbabwe dal Commonwealth: una sanzione presa in seguito alla sua controversa rielezione a presidente nel 2002 e riconfermata all' unanimità dai membri dell' organizzazione, al vertice chiusosi ieri in Nigeria. Piuttosto che rimanere nel Commonwealth con lo status di paese «squalificato» e sotto esame, Mugabe ha deciso di uscirne definitivamente, sbattendo la porta. Tranne che alleviare il rimpianto della Gran Bretagna per la scomparsa dell' Impero, oggigiorno il Commonwealth non serve più a molto: ma i suoi membri comprendono pur sempre un quarto della popolazione mondiale, per cui l' appartenenza al club conferisce un certo prestigio e qualche vantaggio commerciale. Conferisce tuttavia un altro bene, intangibile ma importante: una patente di democraticità. In alcuni casi minima, ma pur sempre meglio che niente. Sicché ora lo Zimbabwe, già messo all' indice da Stati Uniti e Unione Europea, lasciando il Commonwealth si ritrova ancora più isolato internazionalmente. Gli rimangono soltanto l' Unione degli Stati Africani e l' Onu, grazie al quale Mugabe - che non può più ottenere un visto per l' Europa o l' America - è partito per Ginevra, dove è in programma un convegno delle Nazioni Unite. «Uscire dal Commonwealth», ha continuato a tuonare, imperterrito, «è come fuggire dall' inferno, salvarsi dal linciaggio dei bianchi». Ma se il Commonwealth è «l' inferno», non si sa come chiamare lo Zimbabwe odierno, un paese con metà della popolazione in stato di carestia, il 70 per cento di disoccupati, l' inflazione al 500 per cento, un terzo degli adulti sieropositivi, la stampa imbavagliata, l' opposizione perseguitata, lo stato d' assedio permanente. Beninteso, la terra che un colonialista inglese, Cecil Rhodes, conquistò all' inizio del Novecento con il nome di Rhodesia per conto della Gran Bretagna, e che un segregazionista locale, Ian Smith, proclamò stato indipendente nel 1965, non ha mai avuto vita facile. Dopo la guerra di liberazione degli anni Settanta, che fece 30 mila morti, e l' avvento al potere nel 1980 dell' ex-capo guerrigliero Mugabe, era sorta tuttavia la speranza di un progresso. Mugabe l' ha spenta in fretta. Il presidente sostiene che gli «ex-colonialisti» lo avversano perché la sua riforma agraria confisca terre alla minoranza bianca per darle ai neri. Le associazioni per i diritti umani replicano che il problema dello Zimbabwe è uno solo: Robert Mugabe. «Un incurabile tiranno», è il giudizio di Desmond Tutu, il vescovo sudafricano, premio Nobel per la pace. Può darsi che la rottura con il Commonwealth sia la goccia in grado di sommergere Mugabe, realizzando la profezia del ministro britannico Straw: «Se ne pentirà». Per il momento, però, il suo strappo crea qualche problema anche al Commonwealth. Al cui interno c' era un fronte «della fermezza», guidato dagli occidentali (Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda), determinato a non chiudere gli occhi davanti agli abusi del presidente dittatore; ma c' era pure una corrente, guidata dal Sud Africa, che sosteneva i meriti della «quieta diplomazia». Thabo Mbeki, il presidente sudafricano, esce perciò imbarazzato e indebolito dal vertice: la sua influenza in Africa ne risentirà. Altri paesi africani, come Nigeria e Mozambico, brontolano, parlando di una decisione imposta da Londra. Nel Commonwealth, insomma, tira una brutta aria. «In base alle nostre norme, non avevamo altra scelta», conclude il primo ministro australiano Howard. Come per ricordare che, oltre al cricket e alla lingua inglese, nelle sue colonie l' Impero britannico si sforzava di esportare lo stato di diritto.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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