La gioia incomparabile che gli procura aiutare qualcuno a crescere non l’ha mai nascosta. Al punto che, non contento di dedicarsi ai bambini e agli adolescenti, ha fondato l’Alvi, Alberi per la Vita, associazione per il rimboschimento dell’Italia, senza spesa pubblica. Questa forza travolgente, Giovanni Bollea, l’ha avvertita dentro di sè fin dalla prima infanzia. Ama citare un ricordo molto significativo, legato a quel periodo quando, scolaro di sette anni, andò in visita con la sua classe al Cottolengo di Torino. La suora che faceva da guida ad allievi e insegnanti, nel mostrar loro la stanza dei piccoli affetti dagli handicap più gravi, commentò: «Vedete, questi sono i bambini che per primi andranno in Paradiso». E il piccolo Bollea, indignato e combattivo, di rimando: «Perché invece non li curate?». Quello che è il riconosciuto innovatore della neuropsichiatria infantile nel nostro Paese è nato il 5 dicembre 1913 e ieri pomeriggio i suoi novanta incantevoli anni sono stati festeggiati in Campidoglio, alla presenza del sindaco Veltroni e di esponenti del mondo universitario. «Professore, è un po’ emozionato per questo tributo della città di Roma? «Sono molto emozionato». Una risposta data con il tono di chi esprime liberamente le proprie sensazioni e, anzi, le gusta in tutta la loro pienezza, avendo appreso il magico sistema di metterle in equilibrio stabile con la mente razionale. Ma, soprattutto, la risposta di un uomo che sa quanto vale e che, continuamente, cerca le vie della conoscenza. Un anziano bambino che ha sufficiente saggezza per capire che «più si diventa vecchi e più si ha la sensazione di tornare indietro, alle proprie origini. Come un fiume che si avvicina alla sorgente, dove l’acqua è limpida». Ma quanta strada ha fatto quel «fiume». Nasce a Cigliano Vercellese e vive la prima infanzia a Torino, nel popolarissimo quartiere di Porta Palazzo. Conosce la gente della strada, persone segnate dalla miseria, fisica e morale, dalla fatica di vivere partendo svantaggiati. E proprio in questo habitat matura, in lui, il primo germe di una coscienza che lo porterà a considerare la sua missione a tutto tondo, nell’esaminare il disagio della psiche, senza prescindere dal contesto sociale. Perché ha scelto di occuparsi proprio dei bambini? «Nel ‘47, subito dopo la guerra, ho incontrato una gran quantità di piccoli che soffriva, costantemente preda dell’angoscia per il conflitto che era stata costretta a vivere. Per questo ho incominciato. Per loro. L’anno prima ero stato scelto tra i sei italiani per frequentare un corso di psichiatria infantile, a Losanna. Tornato dalla Svizzera, ho iniziato a lottare per mettere in atto i miei progetti». E lotta è sempre stata per Bollea. A viso aperto, ma senza tentennamenti. Figlio, amatissimo, di un padre con la testa piena di ideali e con la propensione a perdere tutti i denari in imprese destinate a non avere futuro, e di una madre dolcissima, con il senso pratico che permise alla famiglia di tirare avanti, il giovane Bollea, liceale, alle cinque del mattino andava nel pastificio di via Po, ereditato dalla bisnonna. Aiutava la mamma a fare la pasta e alle otto correva a scuola. Del resto, che coraggio e determinazione siano doti dell’uomo lo conferma la sua storia. Nel luglio del 1938, si laurea in medicina, a Torino. Il 5 agosto dello stesso anno, sposa Renata Jesi, ebrea romana, sfidando le leggi antisemitiche promulgate il 15 luglio. Si specializza, quindi, in malattie nervose. Come visse il periodo del fascismo, professore? «Basti pensare che, durante la guerra, fui costretto a nascondere i miei figli...». Nella campagna di Russia, il giovane medico opera i suoi compagni, senza l’ausilio di anestetici. E aiuta se stesso e altri grazie alla forza di volontà e a particolari tecniche di respirazione. Durante la ritirata, è costretto a ripercorrere la strada disseminata di cadaveri dei soldati per mettersi in salvo. Finita la guerra, decide di fare qualcosa per aiutare i più piccoli. Nasce così, a Roma, l’Istituto di Neuropsichiatria infantile più avanzato d’Europa. Non senza difficoltà. Perché Giovanni Bollea, già alla fine degli anni Quaranta, credeva che occuparsi del malessere di una persona fosse materia a soggetto interdisciplinare. Fu una vera e propria rivoluzione? «Sì, introdussi l’idea del trattamento in équipe: psichiatra, psicologo e assistente sociale collaboravano insieme nel prendersi cura di un caso sotto tutti i punti di vista. Questa scelta, all’inizio, non fu ben accolta negli ambienti medici». Bollea e i suoi collaboratori dovettero fare i conti con non poche resistenze. Vennero accusati di praticare una medicina annacquata e inquinata da troppe discipline. Ma le critiche non ottennero altro risultato se non quello di stimolare ancor più la scuola di pensiero che si andava formando attorno a chi aveva avuto l’ardire e la fantasia di creare qualcosa di nuovo. Che, intanto, incominciava a dare buoni risultati sui pazienti. Tale e tanto era il desiderio di aiutare i bambini. E, forse, in questa vocazione c’era l’eco di una propria sofferenza lontana. Qual è il primo ricordo molto brutto, della sua vita, che le viene in mente? «Quando, a tre anni, vidi partire mio padre per la guerra». Professore, oggi la guerra è pane quotidiano per i nostri bambini che la vivono attraverso tv e giornali. Per non parlare di quelli che la soffrono sulla propria pelle. «Un orrore. So bene, perché ricordo quanti guasti aveva provocato nei piccoli la seconda guerra mondiale. E ho visto di persona le angosce generate nei bambini durante la guerra del Kosovo, la loro paura che il papà dovesse andare in battaglia...». Come si possono difendere i figli da questa ondata bellica via media? E’ bene lasciare che vedano e poi parlare, cercare di spiegare, oppure si deve fare atto di censura? «Dipende dall’età. Sotto i quattordici anni, è meglio proteggere i figli da immagini di violenza e di guerra. Più volte ho detto che i telegiornali, che vanno in onda nelle fasce di pranzo e cena, dovrebbero esimersi dal presentare certi filmati. Possono, davvero, creare angosce profonde. Sopra i quattordici anni, si può tentare un dialogo, anche perché i giovani vivono momenti di grande incertezza e parlare con i genitori può disinnescare situazioni pericolose». Anche la scuola può fare la sua parte. Lei, professore, coltiva un sogno che ha il suo solito marchio di approccio interdisciplinare: scuola, famiglia, società. «E’ così. Si dovrebbe fare una legge al riguardo. Io penso che ci sia la famiglia che ha il compito di formare il bambino, poi la scuola, che si occupa di istruire. Ma dovrebbe esserci anche quella che chiamo ‟scuola B”, fatta di partecipazione volontaria di diverse figure della società, dal banchiere all’artigiano, dall’avvocato all’artista, dal giornalista al commerciante, capace di introdurre i giovani nella realtà della vita. Ci sono tanti pensionati che sarebbero in grado di fornire quest’opera. Voi neppure immaginate quante trasgressioni adolescenziali in meno riusciremmo ad avere con questo sistema». Lo dice con passione e mentre parla viene da pensare che Bollea aiuta i ragazzi, ma anche i vecchi. Insegna che non smettere di fare progetti è l’unico modo per continuare a essere, davvero, giovani. Anche a novant’anni. Del resto, insegnare è stata la sua seconda anima. Quando, a 70 anni, tenne la sua ultima lezione all’Università La Sapienza, c’erano quasi trecento persone accalcate nell’aula: studenti, medici, ex pazienti, assistenti sociali e anche un bimbetto in pigiama, scappato di nascosto dalla corsia. Fu un lungo, caloroso applauso che segnò il «finis». E il professore, allora come oggi, non si vergognò della sua commozione. A novant’anni, guardarsi indietro e vedere le tappe raggiunte, la scuola creata, «questi allievi che ho messo io in cattedra», le numerose pubblicazioni, aiuto prezioso per i genitori, ma soprattutto la riconoscenza di tanti adulti che un giorno, bambini, hanno ritrovato la serenità grazie a lui, dev’essere bello. Ma se gli chiedete uno dei suoi più bei ricordi, risponde: «Quando mi hanno fatto cittadino onorario del mio paese».
Giovanni Bollea

Giovanni Bollea

Giovanni Bollea (Cigliano Vercellese, 1913 - Roma, 2011), innovatore della neuropsichiatria infantile italiana del dopoguerra, si è formato a Losanna, Parigi e Londra ed è stato professore emerito presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Fondatore e direttore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, primo presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, promotore di innumerevoli iniziative a favore dell’infanzia, ha ricevuto la laurea honoris causa in Scienze dell’educazione dell’Università di Urbino nel 2003 e gli è stato conferito il premio alla carriera al Congresso mondiale di psichiatria e psicologia infantile e dell’adolescenza di Berlino nel 2004. Con Feltrinelli ha pubblicato Le madri non sbagliano mai (1995), che ha riscosso uno grandissimo successo, Genitori grandi maestri di felicità (2005) e ha scritto la prefazione a I no che aiutano a crescere (2003) di Asha Phillips.

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