«Mi telefonava tutte le settimane. E se per caso non telefonava, qui a Beirut arrivava una sua lettera». Chissà che non siano state proprio quelle comunicazioni puntuali, segno d´affetto per la più amata tra le sue quattro mogli, a tradire Saddam Hussein, permettendo alle forze americane e ai loro alleati di individuarlo. Samira Shabandar, seconda moglie del raìs iracheno, era fuggita in Libano dopo la caduta di Bagdad, insieme al figlio 21enne Alì, come anticipato da Repubblica, che aveva raccolto indiscrezioni sulla sua presenza a Beirut. Ieri è giunta la conferma, in un´intervista che la donna ha concesso a una giornalista del Sunday Times, in un ristorante alla moda della capitale libanese. La conversazione, avvenuta poche ore prima della cattura del dittatore iracheno, traccia un ritratto di Saddam molto diverso da quello diffuso dalla propaganda ufficiale del regime: un uomo «triste», «depresso», distrutto, che piange di fronte alla consorte e si dispera per la resa dei suoi generali davanti alla fulminea avanzata delle truppe Usa. Per Samira, bionda, occhi nocciola, di una facoltosa famiglia di Bagdad, Saddam aveva una sfrenata passione: al punto da rapire il suo primo marito e costringerlo a concedere il divorzio, per poterla risposare lui, nel 1988. La nuova moglie gli avrebbe dato un figlio, Alì, oggi l´ultimo sopravissuto dopo la morte di Uday e Qusay, uccisi dalle forze americane. Durante le prime settimane di guerra, Saddam li fa spostare in continuazione da una città all´altra dell´Iraq. Il raìs le appare sicuro del fatto suo. «Sento brutte notizie dal fronte», azzarda Samira. «Sciocchezze, abbiamo una trappola pronta per gli americani quando si avvicineranno a Bagdad», replica lui. Ma qualsiasi fosse il piano, i suoi generali non possono o non vogliono metterlo in funzione. Bagdad cade senza quasi opporre resistenza. Il 9 aprile, il giorno in cui gli americani conquistano la capitale, Saddam raggiunge Samira in una delle sue ville. «Era molto depresso e triste», racconta la moglie. «Mi ha condotto con sé in una stanza e ha pianto. Si sentiva tradito dai suoi, da coloro che non avevano combattuto. Poi si riprese, mi disse di non avere paura, andò a baciare Alì, chiedendogli di prendersi cura di me e assicurò che avremmo ricevuto aiuti». L´ultimo incontro risale ad alcuni giorni più tardi. Le guardie del corpo ricevono ordine di trasferire Samira e Alì in Siria, e da lì, con passaporti falsi, a Beirut. Lungo il viaggio, nel deserto iracheno, si fermano in un ristorante isolato. Arriva un´auto sgangherata. Ne esce un uomo vestito da pastore beduino. È Saddam. Poche parole. Dà alla consorte una valigia con 5 milioni di dollari in contanti e una borsa con 10 chilogrammi di lingotti d´oro e gioielli. «Usali quando ne avrai bisogno», quindi si dilegua. «Ho pianto fino a Damasco», ricorda Samira. A Beirut, dove attende un permesso per stabilirsi in Francia, riceve le telefonate e le lettere del marito. Sabato, al Sunday Times, afferma perentoria: «Saddam non sarà mai processato. Conosco mio marito, non si lascerà prendere vivo». Ci avrebbero scommesso in molti, in Iraq. Segno che nemmeno gli iracheni, compresa sua moglie, conoscevano il vero Saddam Hussein.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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