Lo spettro di una nuova Tangentopoli si aggira per l' Italia. A dodici anni di distanza dalla scoperta della Tangentopoli della politica, questa seconda, evocata dal ministro dell'Economia in persona, riguarda l' alta finanza e la grande industria. Le inchieste giudiziarie sulle malversazioni alla Bipop-Carire, sulle presunte evasioni fiscali degli scalatori di Telecom Italia, sui falsi e le ruberie di Cirio e Parmalat, sulle spericolate operazioni della Banca 121 bastano e avanzano per dare corpo al fantasma. Come allora, l' occhio delle telecamere insegue benevolo i magistrati dell' accusa. La stampa dedica ampio spazio ai crac. I politici esprimono indignazione e invocano fermezza. E il tintinnare delle manette non disturba più nessuno, nemmeno gli esponenti del centro-destra più attenti, in altre occasioni, ai diritti degli imputati. Ma le similitudini finiscono qui. Gli esiti della seconda Tangentopoli, infatti, sono ancora tutti da scrivere. La campagna di Mani pulite fece emergere quattro degenerazioni del sistema: il finanziamento illecito e sempre più oneroso dei partiti; l' irregolare formazione di posizioni privilegiate nel mercato; l' arricchimento indebito dei manager privati e pubblici che tenevano le chiavi della cassa; l' abuso dei politici, qualcuno per il proprio personale tornaconto, tutti per conservare più facilmente il potere. Stritolata dalla sue intime contraddizioni, la classe dirigente della Prima repubblica non ha saputo rimediare. E i suoi epigoni sono rimasti in mezzo al guado. Del finanziamento della politica, è vero, oggi si parla poco: i partiti sono diventati più leggeri e meno costosi. Ma come non vedere che il maggiore fra loro, Forza Italia, non dipende da nessuno perché ha nel suo leader il principale garante finanziario? Dalla politicizzazione dell' impresa si è passati alla privatizzazione della politica. Che sia un vantaggio è materia opinabile. Della liberalizzazione dell' economia, invece, si parla di più. Qualcosa si è anche fatto, ma con un eccesso di timidezza perché alcuni soci dell' Ulivo, che ha governato più a lungo della Casa delle Libertà, nutrivano forse un inferiority complex verso i poteri forti: dalla Banca d' Italia alla Mediobanca di Cuccia. E il processo ha segnato il passo ai confini delle aziende di credito e delle assicurazioni dove la difesa della stabilità delle imprese continua a far premio sui possibili vantaggi di una competizione a tutto campo. Il governo societario moderno è rimasto fermo alle belle intenzioni. Troppo spesso consiglieri indipendenti, sindaci e revisori non hanno avuto il coraggio o l' interesse di anteporre la tutela del mercato ai gettoni di presenza e agli incarichi ben remunerati. Le Autorità di controllo, clonate dal modello anglosassone, abbondano senza che le competenze cruciali siano state davvero redistribuite. Consob e Banca d' Italia, rimaste sostanzialmente com' erano, non hanno dimostrato talvolta lo spirito di iniziativa necessario. Basta guardare agli scandali attuali, per non risalire a storie più vecchie come quelle del Banco di Napoli. Insomma, la scoperta della prima Tangentopoli è bastata ad azzerare buona parte della vecchia classe politica, ma non a cambiare radicalmente le logiche dell' economia che avevano avuto parte nel favorirla. Ora Tremonti evoca il nuovo spettro. Il ministro dell' Economia ha capito prima dell' opposizione la portata dello scandalo Cirio e poi di quello Parmalat e la necessità che, nell' Italia del 2004, chi vigila debba rendere conto del proprio operato. Questo gli dà un vantaggio nell' impostare la riforma delle autorità di controllo. Non è un caso se una parte del centrosinistra, nonostante il clima incattivito da episodi come la legge Gasparri, si dica disponibile a rivedere il ruolo della Banca d' Italia. Ma in simili materie la forma è molto, se non tutto. L' aver avvistato la tempesta non giustifica la tendenza, che emerge dalle bozze del disegno di legge tremontiano circolate fin qua, a sottomettere alla maggioranza politica di turno la nuova commissione di vigilanza. La nomina a maggioranza semplice dei commissari da parte dei due rami del Parlamento, sia pure dopo le tre prime votazioni di rito a maggioranza qualificata, parla da sé. E così l' obbligo del presidente della commissione di informare il ministro dell' Economia ogni mese, e in via riservata. Altro sarebbe rendere conto in modo serio e trasparente al mercato e al Parlamento. Nel biennio di ferro 1992-' 93 la politica ammutolì. E quell' afasia non fu un bene. Ora lo scandalo colpisce l' economia. Anche se venissero scoperte nuove tangenti, difficilmente avranno una portata tale da oscurare gli strani affari del cavalier Tanzi. Dunque, la politica parla. E può essere un bene, a patto di non dimenticare che quanto maggiore è il potere degli organi di controllo sull' economia tanto più salda dovrebbe essere la loro indipendenza dai controllati e dal governo. Diversamente, la politica rischierebbe di tornare, per interposta Autorità, ai rapporti di un tempo con il mondo degli affari.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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