Il disegno di legge del ministro dell' Economia, che istituisce la nuova Autorità per la tutela del risparmio, va molto al di là dell' obiettivo dichiarato nel titolo. Con l' articolo 29, infatti, trasferisce all' Antitrust le funzioni di tutela della concorrenza nel settore bancario fin qui esercitate in perfetta solitudine dalla Banca d' Italia. Si tratta di un' aggiunta destinata ad avere un effetto assai importante sugli assetti del sistema bancario nazionale abituato a un regime di competizione dimezzata. Il provvedimento, dunque, non si rivolge soltanto al pubblico indistinto dei risparmiatori ma anche a quello, più selezionato e non meno nervoso, dei signori del denaro. Se la spinta decisiva alla riforma viene dagli scandali Cirio e Parmalat, l' origine più profonda risale indietro nel tempo: esattamente alla primavera del 1999 quando la Banca d' Italia bloccò le offerte pubbliche d' acquisto lanciate da Unicredito su Comit e dal Sanpaoloimi sulla Banca di Roma, ora Capitalia. Quelle offerte vennero lasciate cadere senza che la banca centrale dovesse nemmeno bocciarle: semplicemente l' autorizzazione non arrivò mai. In modo informale, il governatore Antonio Fazio fece sapere che, essendo giudicate ostili dai consigli delle banche bersaglio, le acquisizioni non potevano avere corso. Non essendo previsto dalle Istruzioni di vigilanza, l' argomento può essere considerato un' estensione del concetto di sana e prudente gestione che Fazio decise nel suo foro interiore. Eppure, nessuno fece ricorso né in Italia né alla Commissione europea, perché nessuno aveva la forza di aprire un conflitto con l' Autorità di vigilanza. I riformisti vogliono evitare che la storia si ripeta, ma le loro riforme non basteranno se non saranno accompagnate da una radicale modifica della vigilanza codificata dalle Istruzioni, che Fazio ha rivedute e corrette nell' autunno del 1999, a pochi mesi dalle Opa negate, facendone il suo fortino. Esercitando il mero controllo di stabilità, infatti, la banca centrale può sempre fermare a suo insindacabile giudizio ogni movimento significativo nel mondo del credito. Secondo le Istruzioni, infatti, chiunque voglia acquisire una partecipazione rilevante (dal 5 per cento in su), e a maggior ragione chiunque voglia lanciare un' Opa, deve darne notizia per iscritto alla vigilanza sette giorni prima di riunire il proprio consiglio di amministrazione. La comunicazione indica tempi, modalità, fonti di finanziamento, obiettivi e riflessi su patrimonio, costi e assetti proprietari; nei casi previsti, va allegato il piano industriale. Questa informazione preventiva consente alla Vigilanza di prospettare l' eventuale esistenza di ostacoli. Nel caso di operazioni volte ad acquisire il controllo di una banca, entro un mese dalla prima notizia va chiesta l' autorizzazione. E la Vigilanza si pronuncia nel giro di 60 giorni, salvo richieste di chiarimenti che interrompono i termini. L' autorizzazione viene negata nel caso i gerenti del soggetto acquirente non soddisfino i requisiti di onorabilità o sia minacciata la sana e prudente gestione della banca. Un criterio, quest' ultimo, così generico da regalare a chi ne fa uso la massima discrezionalità. Tanto più se il responso non viene pubblicamente motivato. Le Istruzioni di vigilanza, per esempio, non pongono vincoli all' espansione delle banche comunitarie in Italia, se non il consulto con le banche centrali degli altri paesi. Ma in forza dei suoi poteri di legge e di fatto l' inquilino di palazzo Koch ha impedito alle banche estere di acquisire partecipazioni ancora più rilevanti in Banca Intesa, Capitalia, Bnl e Sanpaoloimi. La vigilanza prudenziale, dunque, consente al momento di promuovere o bocciare operazioni in nome di una certa idea del mercato bancario senza aver bisogno di esaminare i profili della concorrenza: basta dire che il rischio è troppo. Coerenza riformatrice vorrebbe, dunque, che il trasferimento delle competenze antitrust all' Autorità presieduta da Giuseppe Tesauro sia seguito dall' adeguamento delle Istruzioni di vigilanza su tre punti cruciali: i tempi della risposta, che dovrebbero diventare certi; la vigilanza prudenziale, che andrebbe esercitata sulla base di standard predeterminati e non in modo discrezionale; la comunicazione del responso, che dovrebbe essere resa nota al mercato e diventare, eventualmente, appellabile. In un contesto così rinnovato anche il giudizio sui piani industriali diventerebbe fatalmente meno soggettivo. Un tempo, ragionamenti simili avevano diritto di cittadinanza solo all' interno dell' Istituto Ugo la Malfa, un centro studi molto vicino alla Mediobanca di Cuccia (che, peraltro, non esitò a giovarsi di Fazio quando le fu possibile). Oggi formano materia del dibattito parlamentare. Ma come ieri resta da capire, dietro la logica formale dei disegni di legge, il più corposo e non sempre confessabile gioco degli interessi.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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