Le donne sono davvero una specie fragile, che va protetta con leggi particolari? Perché si parla sempre di loro in quanto vittime, quasi mai come vincenti? Le priorità scelte oggi dai gruppi femministi riflettono davvero le preoccupazioni delle donne? La questione della differenza, che tanto sta a cuore ad alcune attiviste, non rischia di sfociare nella differenza nei diritti? La filosofa Elisabeth Badinter fa domande politicamente scorrette, o almeno controcorrente. Figura di riferimento del pensiero femminista francese, oggi Badinter denuncia le deviazioni di un movimento delle donne europeo che, lei dice, ha imboccato una fausse route. La strada degli errori, appunto, è il titolo del suo ultimo saggio, edito da Feltrinelli, in uscita il 19 febbraio (gli altri suoi lavori tradotti in italiano sono L'uno e l'altra e L'amore in più. Storia dell'amore materno, entrambi Longanesi, rispettivamente del 1987 e 1982). Il testo, pubblicato in Francia il maggio scorso, ha suscitato accesi dibattiti tra intellettuali e femministe storiche, che si sono sentite prese di mira. Ma il libro va oltre la semplice polemica dal sapore tutto francese: alcuni dei temi affrontati e delle questioni sollevate offrono uno spunto di riflessione sulla condizione del femminismo oggi, e sulla direzione che ha preso. Badinter, come mai afferma che le femministe hanno imboccato una strada sbagliata? Una decina di anni fa sono apparsi i primi segnali di un cambiamento di tendenza nel pensiero femminista. Ho aspettato che si confermassero, e oggi ho deciso di parlarne. Un certo numero di femministe, quelle più in vista, hanno preso posizioni filosofiche, ideologiche e strategiche che non solo non condivido, ma che ritengo controproducenti, retrograde e responsabili di due effetti disastrosi. Anzitutto, le giovani donne, la generazione delle under 30, rifiutano di definirsi femministe. Anche se poi, nel quotidiano, i loro atti sono femministi, rifiutano tale etichetta, come se fosse démodé. Il secondo segnale, più preoccupante, è che da 15 anni le ineguaglianze tra i sessi rimangono le stesse. Anzi, in certi casi aumentano. Si riferisce al mondo del lavoro, e alle disparità degli stipendi? Sì ma non solo. Le ultime ricerche dimostrano che, per la prima volta negli ultimi quindici anni, si registra un'inversione di tendenza nel trattamento dei salari. Ossia, la differenza tra quelli dei due sessi è aumentata, invece di diminuire. Anche nella sfera privata le disparità rimangono fortissime: rispetto a un decennio fa, oggi gli uomini dedicano alle attività domestiche circa 10 minuti in più. Insomma, le donne se ne sobbarcano ancora l'80 per cento: bel risultato. Non è colpa delle femministe, però, se gli uomini non vogliono abbandonare certi privilegi. Tra un lavoro ben retribuito e pulire casa, la scelta è obiettivamente facile. Dovrebbe esserlo anche per una donna, e non solamente per gli uomini. Io condanno che non si sia fatto nulla perché le cose cambiassero, perché anche noi potessimo scegliere. Cosa non è stato fatto? Cosa è stato fatto, piuttosto. Alla fine degli anni '80 un certo numero di femministe ha sostenuto un pensiero che rimetteva la donna, la madre, al centro della famiglia. Il binomio donna-famiglia che lei stigmatizza nel suo libro. Sì, è proprio questo il cuore del problema. Non abbiamo despecializzato i ruoli, anzi: è stato fatto di tutto per rafforzarli. Di questo sono responsabili le femministe? A metà degli anni '80 è cominciato il discorso ecologico, sostenuto anche dalle sinistre. Un ritorno alla natura, al biologico, al rifiuto del consumismo, dell'artificiale. E noterà che, proprio in quel momento, si è ricominciato a parlare dei benefici dell'allattamento al seno, con la benedizione del movimento delle donne. Cosa c'è di sbagliato nell'allattare? Non si tratta di giusto o sbagliato. Fino a metà degli anni '80 gli psichiatri infantili consigliavano l'allattamento misto, per offrire alla madre una certa libertà e al padre la possibilità di essere più coinvolto nella crescita del bambino, sin dai primi mesi. Oggi la direttiva europea per il personale medico specifica chiaramente che va incoraggiato l'allattamento al seno per almeno sei mesi. Ma questo ritorno all'allattamento non è la causa di tutti i mali... È uno degli aspetti. Va letto all'interno di un sistema che comprende le nuove leggi europee sulle molestie sessuali e quelle sulla parità. Tutto è incentrato sulla differenza biologica, sulla specificità femminile, sulla specializzazione dei ruoli. Così arriviamo all'offerta di un compenso alle donne che restano a casa per accudire i figli... Sono leggi che variano a seconda dei Paesi, ma che sottendono una filosofia pericolosa. In Francia, una misura votata nel '93 prevedeva di dare l'equivalente del minimo salariale part time alle donne con due figli che accettavano di stare a casa. Una legge drammatica, che metteva le donne in uno stato di totale dipendenza. Eppure nessuna femminista l'ha messa in discussione né criticata. Ma si trattava di un periodo di forte crisi economica, e di grande disoccupazione. Certo, le femministe non sono responsabili della crisi economica. Ma sono responsabili di non spronare la donna a lottare per la propria indipendenza economica. Altro errore strategico? Sì, e gravissimo. Io non sento più, nei discorsi femministi, la centralità dell'indipendenza economica. Non sento più dire: se non guadagnate soldi vostri vi ritroverete alla mercé dalla volontà di un uomo. È evidente, però, che l'indipendenza economica è vitale. Ecco l'errore: smettere di ribadirlo pensando che sia un dato acquisito. Non è vero! Non va dimenticato che la libertà costa enormi sacrifici. Non bisogna smettere di ripetere che l'indipendenza economica è vitale, che restare con un uomo che non si ama più per ragioni economiche è una forma di schiavitù terribile. Ma questo concetto non viene più ribadito. Perché? Perché le femministe non esaltano più l'immagine della donna successful, vincente, che costruisce sull'indipendenza la propria vita. Questa immagine non fa più comodo alle femministe. Oggi la voce dei movimenti si leva solo per parlare di una donna fragile, diversa biologicamente, che va protetta. Il femminismo si è arroccato su posizioni di difesa. Ma non trova giusto che si costituiscano dei gruppi per difendere gli interessi delle donne, quando essi non vengono rispettati? Molte associazioni svolgono un lavoro eccezionale, che non critico. Però un discorso simile, se viene generalizzato, induce a considerare che tutte le donne sono vittime. Vuole dire che il femminismo dovrebbe, a questo punto, fare una distinzione tra i diversi casi della condizione femminile? Il discorso femminista attuale ha rimosso una realtà di differenze tra classi sociali. Invece, in questo senso, Marx non è affatto morto: le diversità tra una signora della buona borghesia e un'immigrata che vive nella precarietà sono maggiori di quelle che sussistono tra un uomo e una donna con una medesima estrazione culturale e sociale. Il fatto di vivere in un ambiente ricco ed evoluto non significa che la donna sarà al riparo da eventuali violenze fisiche o psicologiche. Non sarà al riparo, ma la signora agiata, sposata al ricco professionista, può fare le valigie e andarsene. Lo ripeto: il criterio economico è vitale, e distingue le donne tra loro. È un errore, oggi, concentrare tutta la riflessione sulla condizione femminile su quei gruppi di donne che sono oggettivamente, realmente, vittime. Le donne in Afghanistan non sono le donne di St. Germain des Près. Lei si è espressa raramente in materia di pubblicità o immagini sessiste. Perché non sono d'accordo con le associazioni che vorrebbero vietarle e basta. Se un'immagine è degradante va, ovviamente, denunciata. Ma più che lanciare anatemi, è importante rifiutare di comprare il prodotto che ci viene proposto in tal modo. Le faccio un esempio: le pubblicità trash di Dior hanno fatto triplicare le vendite. Il problema, però, non è tanto l'immagine di cattivo gusto, bensì le donne che sono state da essa attirate e hanno comprato. E allora cosa facciamo? Le mettiamo nei gulag per educarle al femminismo? Vietare non serve. Solo la parola e la riflessione ci possono aiutare. Nel suo libro, lei parla della difficoltà che sperimentano le donne a pensare la loro libertà. Perché è difficile arrivarci nella solitudine, e purtroppo oggi non vengono offerti esempi. Si è ritornati a un modello unico, incentrato sulla maternità. Un altro elemento trovo ancora più scioccante: il non sentir più dire che è possibile essere donna senza necessariamente diventare madre. Siamo risucchiate in un destino collettivo, che non è più messo in discussione. Secondo lei, dunque, verso quali strade dovrebbero andare le nuove generazioni di femministe? Sento molte donne di trent'anni parlare della generazione precedente e chiedersi: "Cos'ha guadagnato?". È come se ci fosse in atto un regolamento di conti. Le madri delle ragazze d'oggi volevano tutto: la libertà sessuale e affettiva, il lavoro e la famiglia. Hanno sacrificato il rapporto con i figli per guadagnare una doppia giornata di lavoro. Le giovani rigettano questo modello. Sono pluridiplomate, indipendenti e sognano marito e bambini, dicendosi: "Non farò gli stessi errori di mia madre". Ma in questo modo si ritorna alla centralità della maternità e alla dipendenza economica. Credo che le nuove strade verranno aperte da alcune associazioni. Il gruppo Ni putes ni soumises, per esempio, fa un lavoro eccezionale. È formato da giovani donne figlie dell'immigrazione, che vivono nei quartieri difficili e si confrontano con il problema del machismo, della cultura patriarcale, del peso della religione. Ma il loro attivismo sarà benefico per tutte le giovani francesi, perché quello che rivendicano è l'eguaglianza tra i sessi, l'indipendenza economica, la libertà di scegliere e di costruire la propria vita. Senza cadere nella retorica del vittimismo.

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