Allora ci siamo? Allora c'è questo nuovo romanziere americano, Il nuovo romanziere americano che ci aspettiamo - come di diritto - ad ogni passaggio di generazione, dall'altra sponda dell'Oceano? Pare di sì, che c'è. E se c'è si chiama Charles Bukowski. Non si parla d'altro in Germania. In Francia poi le lodi si sprecano: “bisogna leggare Bukowski” (“le Monde”); perché è “un martire truculento del sogno americano” (“L' Express”);perché è “quanto l'America ha saputo fare di meglio dopo Faulkner e Hemingway” (Charlie Hebde); perché “di fronte a iui Miller è un ragazzino perbene” (“Le Peuple”). Sicché ci si può chiedere che cosa accadrà in Italia, quando il caso arriverà da noi, di rimbalzo. Risposta facile: non accadrà nul1a.Perché Bukowski da noi è già arrivato, e non se ne è accono quasi nessuno. Queste stesse Storie di ordinaria follia che appaiono adesso in Francia (Le Sagittaire) sono state tradotte (una meritoria fatica) da Pier Francesco Paolini, e putblicate ,da Feltrinelli nel 1975, cadendo nella più generale indifferenza dei lettori dei recensori dei professori. Aiutati, in questo enore, dall’editore, che di errori ne ha commessi due.

Un eccesso di pudore
Primo: non ha dato una copertura pubblicitaria adeguata al libro, anche perché - diciamolo - Feltrinelli è un editore che fa soltanto i libri, e non anche quei giornali, quei settimanali che servono poi come veicoli pubblicitari per i libri stessi.
Secondo: l'Editore Feltrinclli ha peccato (ed è stato giustamente punito) di un eccesso di pudore. Del libro di Bukowski ha tradotto il sottotitolo (Storie di ordinaria follia) e non il titolo, che per essere Erections, Ejaculations, Exhibitions avrebbe esercitato ben altra attrattiva sui lettori (sui recensori non so). Tanto più che rimanda - all'interno - a quarantadue racconti in cui di Erezioni, di Eiaculazioni, di Esibizioni virili (e femminili) ad ogni passo si parla. Nonché di secrezioni cutanee, di revulsioni viscerali, di indignazioni politiche, di defecazioni liberanti. Di ubriacature, di incazzature, di imposture. Di conati di vomito e di conati letterari. In un loro arciletto libretto, Deleuze e Guattari fanno alla Letteratura Americana- (specie a quella della West Coast l'onore di considerarla “rizomatica”. Un onore un po’generico, che essa condividerebbe con la città di Amsterdam, le file delle formiche, e non so bene che altro. A leggere Charles Bukowski, che appartiene di pieno diritto agli scrittori della costa californiana (vive a Los Angeles, scrive per la “City Lights” di San Francisco, la casa editrice di Kerouac, di Ginsberg, di Ferlinghetti), si potrebbe dire che la sua letteratura è piuttosto mefitica, spermatica, aromatica. Non so quale odore diano i canali di Amsterdam, ma le strade di Los Angeles puzzano – oh se puzzano – e proprio per questo “è l’unica vera città del mondo (“perché è piena di merda come nessun altra”). È una città di vite vendute o perdute, di giornate rabberciate, di esistenze sciupate. L'orizzonte è occupato sempre, soltanto, da qualche dollaro gualcito in fondo alla tasca che consente l'ultima bottiglia di birra (è meglio della droga, dice Bukowski) che permette l'ultima dormita. Se in mezzo ci scappa anche qualche donna - una cosa rapida, un affare facile - tanto meglio.
Tutto questo, si dirà, non è nuovo. Lo si ritrova già (droga a parte) nell'esperienza e nella scrittura della "beat generation ". E chi proprio vuol ritrovare Los Angeles oggi, ha a disposizione certi film di Altman (Il lungo addio) o certi romanzi “poliziotteschi” di Joseph Wambaugh (I ragazzi del coro).
Eppure Bukowski è uno scrittore “nuovo” (se non addirittura “il nuovo scrittore”) americano. Leggendolo si prova le stessa impressione che dovettero provare i primi lettori di Hemingway (se erano abituati a Dreiser), o i primi lettori di Salinger, se si erano assuefatti ad Hemingway). Rispetto alla tradizione letteraria americana si sente che Bukowski realizza uno scarto, ed è uno scarto significativo. Questa tradizione si chiama oggi John Cheever, Saul Bellow, Philiph Roth, scrittori eleganti e colti, ma che francamente non ci sorprendono più. In questa scrittura molto “letteraria”, ripetitiva, sostanzialmente prevedibile, Charles Bukowski fa irruzione con una cosa nuova. La cosa nuova e lui stesso, Charles Bukowski.

Gambe d’elefante
lui che ha cinquant’anni (al tempo in cui scrive questi racconti, attorno al ’70), le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore. Lui che ha lavorato quattordici anni nell’Amministrazione delle Poste, e poi se ne è andato “per non diventare matto”, lui che ha tenuto una rubrica, Taccuino di un vecchio zozzone su “Open City”, giornale (ovviamente) underground; lui che soffre di emorragie e di insonnia; lui che ama il vecchio Hemingway; lui che passa le giornate cercando di racimolare qualche vincita alle corse dei cavalli (sono per lui ciò che per Hemingway erano le corride); lui che ci sta per salutare adesso, perché ha visto una gonna sollevarsi sulle gambe di una donna, li su quella panchina del parco... Lui Charles Bukowski, “forse un genio, forse un barbone”. Anzi, “Io, Charles Bukowski, detto gambe d'elefante, il fallito”, perché questi racconti sono sempre, rigorosamente, in prima persona.
E in presa diretta. Ogni diaframma è caduto. Con questo stile, che gli deve essere costato una fatica immensa (“lo stile è importante. Tanta gente urla la verità, ma senza. stile è inutli1e, non serve”) dà l'impressione che non sta scrivendo; che l'abbiamo incontrato sull’autobus e ci ha rivolto la parola, questo vecchio simpatico ubriacone. Riesce a fare di noi - noi lettori - dei compagni di strada, amiconi, ascoltatori affettuosi e solidali delle sue piccole quotidiane avventure, che si svolgono tutte, in fondo, in pochi chilometri quadrati. Una terza cosa il caso Bukowski ci dice, e questa non riguarda né l'Editore né lo scrittore. Riguarda il lettore. Anche il lettore di questo articolo. Che forse potrà essere stimolato a cercare questo libro. Farà fatica a trovarlo. Perché è un libro che si è venduto molto, malgrado il silenzio della critica e la povertà della copertura pubblicitaria. Tanto per confermare quella conclusione cui pervennero qualche estate fa i responsabili degli Uffici Stampa delle maggiori. case editrici europee, riuniti a convegno. Che il segreto per far vendere i libri non è la pubblicità astuta, non è la critica favorevole. È la “bouche à l'oreille”. Il suggerimento amichevole che passa da orecchio ad orecchio, di bocca in bocca. Segno che quella comunità compagnonesca giovanile underground emarginata con una cultura propria e strumenti di comunicazione propri esiste. La prova della “verità” che Bukowski dice e nel fatto che molti si sono già riconosciuti in questi suoi racconti.

La recensione di Beniamino Placido a "Storie di ordinaria follia" pubblicata su "la Repubblica" del 18 maggio 1978

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