Luca Cordero di Montezemolo è riuscito a riunificare la Confindustria. A trasformare una campagna elettorale che poteva spaccare l' associazione delle imprese in un plebiscito di proporzioni bulgare. Il presidente uscente, Antonio D' Amato, aveva tracciato l' identikit del suo successore in modo tale da delegittimare Montezemolo perché manager e non padrone. Una mossa irrituale che non ha evitato all' amico Nicola Tognana di raccogliere meno del 10 per cento dei consensi. La Confindustria torna dunque al rito tradizionale. Torna ai saggi che, terminate le consultazioni, portano alla giunta, in calendario per l' 11 marzo, un solo papabile. Destinato alla scontata ratifica dell' assemblea. Il presidente della Ferrari ha vinto parlando negli incontri con i colleghi e tacendo su giornali e tv. Tognana parlava ovunque. Montezemolo ha «usato» i media lasciandovi intervenire amici e sostenitori. Mentre il rivale chiedeva fiducia per un incarico, Luca, maestro di comunicazione, si è messo nei panni di colui al quale viene richiesta la disponibilità a un impegno. Posizione semplice e vincente. Il messaggio di Montezemolo è stato asciutto e buonista: unire l' associazione, puntare sulla professionalità, fare squadra nel Paese, contribuire alla crescita della classe dirigente del Paese. Dopo una presidenza lacerata da feroci polemiche intestine e dal ritorno di una conflittualità sociale, della quale nessuno sentiva il bisogno, era quello che la base confindustriale voleva sentirsi dire. Il prossimo presidente della Confindustria parte con la benedizione del capo del governo. Ricordando di essere amico di Montezemolo da trent' anni, Silvio Berlusconi si è fatto garante dell' uomo, non ancora delle sue opere future. Da presidente della Federazione italiana degli editori, Montezemolo ha criticato alcune iniziative dell' esecutivo, come la legge Gasparri. Da presidente della Confindustria, promette collaborazione e indipendenza. Ma il rapporto dell' associazione delle imprese con il governo e i sindacati dipende da quali obiettivi la Confindustria perseguirà. Il consenso plebiscitario dà forza a chi lo riceve, ma non di rado esprime attese contraddittorie. Il rapporto di un' impresa metalmeccanica aperta alla concorrenza cinese con la Fiom emiliana è diverso da quello dell' Enel con i sindacati elettrici romani. Il successore di D' Amato ha ricevuto l' appoggio di Marco Tronchetti Provera, che, socio di Mediobanca, ha tre grandi istituti di credito come partner in Telecom Italia e può rifinanziarsi a miliardi di bond, e di sconosciuti padroncini, che dalle banche devono piatire il piccolo prestito quotidiano. Gli interessi non sono uguali, ma nessuno ha più voglia di Masanielli, perché tutti temono banchieri impauriti che chiudano i rubinetti del credito. A questo punto, sarebbe bene che il presidente in pectore dicesse la sua sui provvedimenti per la tutela del risparmio anche senza aspettare l' insediamento ufficiale: i tempi della politica non possono attendere quelli del galateo confindustriale. Essere classe dirigente significa saper distinguere l' interesse corporativo da quello generale, e se del caso posporre l' uno all' altro. In campagna elettorale, Montezemolo diceva: «Se il Paese ha una carenza di classe dirigente, questo vuol dire che noi dobbiamo fare di più». E' su questo di più che il presidente della Ferrari comincia una partita molto più insidiosa del Campionato del mondo di Formula Uno. Tra i nuovi luoghi comuni figura l' orgogliosa negazione del declino dell' Italia industriale. E subito dopo viene l' invocazione delle liberalizzazioni quale rimedio universale. Giusto, fin troppo giusto. Ma per liberalizzare bisogna anteporre ai poteri forti, che hanno posizioni dominanti nell' energia, nel gas, nella tv, nelle telecomunicazioni (e che sono tra i massimi contribuenti di Confindustria) gli interessi diffusi e deboli delle imprese consumatrici. Nei discorsi elettorali Montezemolo faceva appello alla professionalità di Confindustria per superare il lobbismo à la carte. La verifica non la si avrà nei convegni ma nella composizione dei comitati destinati a trattare con il governo: se vi prevarranno le imprese produttrici o quelle consumatrici; se a Palazzo Chigi arriveranno, separati, i grand commis di Viale dell' Astronomia e quelli dei monopoli più o meno ex.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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