Un anno fa fui favorevole alla guerra in Iraq, un po´ restio anche se convinto. Ad un anno di distanza le armi di distruzione di massa non sono state trovate, gli iracheni vengono fatti saltare in aria mentre si dirigono in moschea, la democrazia è rinviata all´anno prossimo e i miei amici mi chiedono tutti se per caso io non abbia qualche ripensamento. Chi non ne avrebbe?
Le mie perplessità ebbero inizio con il dibattito dell´anno scorso. Pensavamo di star discutendo di Iraq, ma in effetti ciò che potrebbe essere davvero proficuo per 25 milioni di iracheni non rientrava nelle nostre discussioni. Come al solito stavamo discutendo di noi stessi, di ciò che è l´America, di come essa dovrebbe utilizzare la sua formidabile potenza nel mondo.
Un anno dopo, l´Iraq non è più un pretesto o un concetto astratto. E´ un luogo nel quale gli americani stanno morendo, e anche gli iracheni stanno morendo in numero persino maggiore. Ciò che rende queste morti angoscianti in maniera particolare è il fatto che nessuno può onestamente sapere ? per lo meno non ancora ? se esse saranno riscattate dalla nascita di un Iraq libero, o se esse saranno piuttosto andate sprecate lungo la china che porta alla guerra civile.
Sono stato favorevole alla guerra come la meno indigesta delle opzioni disponibili. La politica di contenimento - tenere Saddam Hussein chiuso in scatola - avrebbe potuto rendere la guerra non necessaria, ma la scatola si era rivelata avere parecchi punti deboli. Hussein stava eludendo le sanzioni, si stava arricchendo tramite le vendite illegali di petrolio e - così pensai allora - stava ricominciando a rimettere in piedi i suoi programmi di messa a punto delle armi illegali, che erano stati smantellati dagli ispettori delle Nazioni Unite. Se fosse riuscito ad entrare in possesso di tali armi, avrebbe forse potuto essere dissuaso dal farne uso, ma avrebbe altresì potuto rivelarsi capace di cedere quelle letali tecnologie a degli attentatori suicidi ben determinati ad usarle. Questa possibilità può anche essere stata alquanto remota, ma dopo l´11 settembre pareva da sprovveduti scherzarci su. Ciò nonostante, così pensai, il ricorso alla forza doveva essere l´ultima risorsa. Se Saddam Hussein avesse collaborato con gli ispettori io non sarei stato favorevole all´invasione, ma le prove ? quanto meno fino al marzo 2003 ? dimostravano che egli stava ancora ricorrendo ai suoi soliti giochetti. Costringere Saddam a porre fine a questi giochetti dipendeva soltanto dal saper opporre una minaccia credibile di ricorso alla forza, ma i francesi, i russi e i cinesi non erano pronti ad autorizzare l´opzione militare. Quindi non rimase altro che il disarmo attuato con un cambio di regime. Dove vivo io ? nel Massachusetts liberale ? questa opinione non poteva dirsi popolare.
La scoperta che Saddam non aveva armi di distruzione di massa dopo tutto mi sorprende, ma non cambia la mia opinione sulla questione essenziale. Non ho mai pensato che la domanda cruciale fosse quali erano le armi che egli possedeva, bensì quali fossero le intenzioni che egli potesse avere. Essendo stato a Halabja nel 1992, avendo parlato con alcuni sopravvissuti degli attacchi chimici che nel marzo 1988 sterminarono 5 mila curdi iracheni, ritengo che sebbene potesse sussistere qualche dubbio sulle effettive capacità di Hussein, di sicuro non ne esisteva alcuno in merito alla malvagità delle sue intenzioni.
Ancora adesso non ritengo che i leader americani o inglesi abbiano travisato le intenzioni di Saddam, o abbiano mentito sulle armi che pensavano egli possedesse. Nel suo recente libro di memorie, Hans Blix afferma chiaramente che egli e i suoi colleghi ispettori delle Nazioni Unite stimavano che Saddam stesse nascondendo qualcosa, ed ogni agenzia d´intelligence da essi interpellata la pensava nello stesso modo. Se dunque il vero problema non è stato l´aver mentito, lo è stato sicuramente l´aver esagerato le cose, e nessuno tra quanti furono a favore della guerra è contento di sapere in che modo un "pericolo grave e crescente" ? come Bush prudentemente definì il regime di Saddam Hussein nel suo discorso all´Onu del settembre 2002 ? gradualmente si è andato trasformando in una minaccia "incombente". Il vero movente per la guerra era di carattere "precauzionale", ovvero puntava ad impedire che un tiranno dalle intenzioni malvagie acquisisse capacità distruttive o cedesse quelle capacità ad altri nemici. La ragione per la guerra che invece ci fu presentata era di carattere "preventivo", ovvero mirante a fermare un tiranno che già possedeva armi di distruzione di massa e che già rappresentava un pericolo incombente.
Il 19 marzo, la notte in cui ebbero inizio i bombardamenti, mi trovavo in compagnia di un esule iracheno (sì, lo so, ma alcuni sono persone per bene e coraggiose), ed egli mi disse: "Pensa, questa è la prima ed unica volta in tutta la mia vita che il mio popolo ha una vera occasione per far nascere una società decente". Quando io avevo dichiarato che quella era la ragione più importante per fare la guerra, gli amici mi avevano schernito. Ma come, non sapevo che all´Amministrazione non poteva importare di meno che l´Iraq fosse un paese decente, fin tanto che fosse rimasto un paese stabile e obbediente? Io rispondevo che se occorreva aspettare che i buoni risultati fossero prodotti da buone intenzioni, allora avremmo dovuto aspettare all´infinito.
Essere a favore della guerra ha quindi significato appoggiare un´Amministrazione nelle cui argomentazioni non ho creduto fino in fondo, nell´interesse di fini nei quali invece ho creduto. Questa non è stata l´unica difficoltà. Un cambio di regime ha dei costi ovvi ? la morte di iracheni, la morte di americani, e un´America che si allontana da molti dei suoi alleati e dalle Nazioni Unite. Potrei rispettare l´opinione di chi facesse presente che questi costi, molto semplicemente, sono troppo gravosi per poterli sostenere. Ciò che trovo maggiormente difficile da rispettare è capire come i miei amici contrari alla guerra apparissero del tutto indifferenti a quanto fosse ingente l´altro costo, quello che lasciare Saddam Hussein al potere avrebbe comportato. Fare ciò che essi ritenevano essere la cosa giusta, saggia e non-violenta, comportava dei costi che sarebbero stati sostenuti interamente e solamente dagli iracheni.
E così sono stato favorevole ad un´Amministrazione delle cui intenzioni non mi fidavo, persuaso tuttavia che i risultati finali avrebbero ripagato i rischi. Ora mi rendo conto che le intenzioni plasmano già il risultato finale. Un´Amministrazione che avesse avuto maggiormente a cuore la tutela dei diritti umani avrebbe compreso che non si può presumere di farli rispettare senza ordine, e che non si ha ordine, una volta conseguita la vittoria, se la pianificazione dell´invasione è disgiunta dalla pianificazione dell´occupazione. L´Amministrazione ha fallito quando non si è resa conto che sin dal primo istante in cui una colonna di tank americani avesse conquistato una città avrebbero dovuto esservi una polizia militare e degli amministratori in grado di presidiare i musei, gli ospedali, le stazioni idriche, gli impianti per la produzione di energia elettrica, nonché per tenere a bada ogni forma di saccheggio, di rappresaglia violenta e di crimine in generale. Garantire l´ordine avrebbe dovuto significare dispiegare 250 mila soldati per l´invasione, invece di 130mila. Avrebbe dovuto significare procedere a contenere e addestrare nuovamente e immediatamente l´esercito e le forze di polizia irachene, non a disgregarli. L´Amministrazione, che non si stanca di ripeterci incessantemente che la speranza non è di per sé un programma, in Iraq ha programmato soltanto di sperare.
Ora che ormai siamo in Iraq, il nostro problema non è più quello di alimentare speranze e illusioni, ma di avvertire disperazione e disillusione. Le notizie che giungono da Bagdad sono talmente deprimenti che è davvero difficile tenere a mente che un dittatore è stato deposto, che il petrolio è tornato ad essere pompato, che la costituzione ad interim proposta include delle forti garanzie in fatto di tutela dei diritti umani. Ormai non ci pare neanche più di riconoscere la libertà quando la vediamo: sciiti che a centinaia di migliaia camminano scalzi per le loro celebrazioni nella città santa di Karbala, iracheni che si presentano alle riunioni municipali, sperimentando per la prima volta in vita loro la democrazia, giornali e mezzi di comunicazione che sbocciano ovunque, quotidiane dimostrazioni per le strade. Se la libertà è l´unico risultato in grado di riscattare tutte le morti, allora possiamo affermare che in Iraq vi è ora molta più libertà effettiva di quanta non ve ne sia mai stata in tutta la sua storia.
Ovviamente, la libertà da sola non basta. Che la libertà si trasformi o meno in un ordine costituzionale a lungo termine dipende esclusivamente dalla possibilità che una resistenza violenta - che non esita a scagliare i musulmani contro altri musulmani e iracheni contro iracheni - riesca ad indurre un´Amministrazione che paventa la propria rielezione ad allontanare dal paese le truppe americane. Se gli Stati Uniti dovessero tentennare ora, una guerra civile sarebbe più che possibile. Tentennare sarebbe come tradire chi ha dato la propria vita per qualcosa di meglio.
Intervenire in fin dei conti significa assumersi un impegno, quello di lasciare un paese in migliori condizioni di come lo abbiamo trovato; impegnarsi affinché coloro che sono morti non siano morti invano. Queste promesse non sono mai state più difficili da mantenere di quanto non sia ora in Iraq. L´internazionalismo liberale che io ho appoggiato per tutti gli Anni ´90 ? gli interventi in Bosnia, in Kosovo e a Timor Est ? al confronto sembra quasi uno scherzo da ragazzi. Anche quelle imprese erano, se vogliamo, una sorta di scommessa, ma la scommessa comprendeva una garanzia di impunità: se non avessimo avuto successo, il prezzo del fallimento non sarebbe stato penalizzante. Invece ora, in Iraq, il rischio è ben diverso. Non vi sono più garanzie di impunità. A morire sono delle brave persone, e nessun presidente, Democratico o Repubblicano che sia, può permettersi di tradire il loro sacrificio.

Copyright New York Times Magazine - Traduzione di Anna Bissanti
Michael Ignatieff

Michael Ignatieff

Michael Ignatieff (1947), storico e politico canadese, è Carr Professor of Human Rights Practice e direttore del Carr Center of Human Rights Policy presso l’Università di Harvard. In italiano sono stati tradotti: Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese 1750-1850 (Mondadori, 1982) e Isaiah Berlin: ironia e libertà (Carocci, 2000). Non tradotto è invece il suo libro più famoso: The Warriors Honor. Ethnic War and the Modern Conscience (1998), sulla guerra nei Balcani. Con Feltrinelli è uscito Una ragionevole apologia dei diritti umani (2003).

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