In tempo per segnare con qualche risultato il primo anniversario dell' invasione, aperta dai bombardamenti del 19 marzo 2003, l' America strappa a quel Consiglio di governo, che essa stessa ha scelto e insediato, la firma a una prima bozza di Costituzione temporanea. Il progetto di democrazia pilotata che dovrebbe trasformare l' Iraq in qualcosa di simile a una nazione laica, federale, multietnica e multiconfessionale taglia il primo traguardo, con granate e proiettili di mortaio che fanno da colonna sonora alla cerimonia della firma nella zona blindata di Bagdad. La firma di un documento come quello che ieri è stato più imposto che approvato, soprattutto ai recalcitranti sciiti dell' ayatollah Sistani, è nelle speranze il primo passo verso un' ancora lontanissima democrazia irachena, ma nella realtà è il primo atto necessario all' operazione di sganciamento dalla occupazione che la Casa Bianca ha silenziosamente cominciato da tempo. Tra crescenti segnali di inquietudine, da parte di quella frangia di interventisti che cominciano a intravedere nel figlio George i sintomi di debolezza del padre George, l' amministrazione civile e militare americana sta lavorando per affrettare il passo e presentare, in tempo per le elezioni di novembre, almeno il simulacro di un successo politico, in una guerra che costa troppo in termini umani e finanziarie per continuare all' infinito. La schedule, la tabella di marcia dello sganciamento americano aveva tre date fondamentali e studiate più per accompagnare l' agenda di politica interna ed elettorale di Bush che la evoluzione spontanea del nuovo Iraq senza Saddam Hussein. La firma di questa Costituzione temporanea doveva avvenire in coincidenza con il primo anniversario della guerra. Il passaggio formale dei poteri a un Consiglio di Governo legittimato da qualche forma di determinazione autonoma degli stessi clan, tribù, gruppi e potentati iracheni dovrà avvenire entro il 30 giugno. E prima della fine dell' anno, secondo l' ultimatum imposto dall' ayatollah Sistani per accettare obtorto collo gli altri due passaggi, si dovranno tenere le elezioni. L' essenziale, per Washington, è che questo calendario possa permettere a Bush di ripetere in tempo per il voto di novembre, questa volta con qualche maggiore serietà, che la «missione è compiuta», che la fine dell' occupazione militare è visibile e, mentre la vita quotidiana dei cittadini iracheni migliora, almeno nel segno minimalista del «non potrebbero essere peggio di prima», gli strumenti formali di una nuova società civile sono introdotti. Soltanto quando questi traguardi saranno tagliati, il ritiro delle truppe e lo sganciamento, con la proclamazione di vittoria, potrà avvenire. Già oggi, l' irachizzazione del conflitto ha permesso alle forze americane si rinchiudersi progressivamente nelle loro sei grandi basi fortificate, di ridurre drasticamente le operazioni di pattuglia e di lasciare che gli iracheni si uccidano tra di loro. Come tutti i pezzi di carta nella storia della diplomazia e della politica, anche questa "Costituzione Interinale" vale dunque per le intenzioni reali di chi l' ha scritta e accettata, più che per le parole sulla carta. La artificiosità dell' agenda, il "doppio binario" delle intenzioni americane tra interessi dell' Iraq e interessi politici interni e l' ovvia impossibilità di rifiutare la firma per questo "Consiglio" dei governo che non ha altra legittimità che quella concessa dalle forze di occupazione, inducono ad accogliere con estrema prudenza le belle espressioni di embrionale democrazia e di laicismo che la carta stessa contiene. La misura del successo del progetto di "democrazia pilotata" si avrà quando l' ultimo soldato americano avrà lasciato l' Iraq e gli iracheni avranno scelto il proprio futuro. Fino ad allora, questa, come tante altre Costituzioni, sarà più una carta dei sogni, che una realtà determinata.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>