La casina che Topolino costruì 80 anni or sono e che divenne un castello, e poi divenne due, e poi divenne una flotta di navi e poi divenne un impero, sta per cadere sotto le grinfie del gatto. La Comcast, società di telecomunicazioni che dalla creazione quarant' anni or sono è diventata la dominatrice americana dei satelliti, delle reti Tv via cavo e dell' Internet veloce a banda larga, ha fatto un' offerta di acquisto della Disney per 66 miliardi di dollari ed è un enorme pezzo di gruviera per una società come «the House of the Mouse» che sembra avere perso il tocco magico e nella quale i topi litigano ormai apertamente fra di loro. La New Economy dell' alta tecnologia sta vincendo la battaglia contro la Old Economy della fantasia. Se ogni cosa nella quale entrino Cenerentola, Peter Pan, Pluto, Topolino, Biancaneve e quei sette giganteschi nanoni rossicci di cemento armato che reggono come le colonne del Partenone il tetto della sede centrale prende subito il sapore di una favola, non ci sono buoni sentimenti né principi azzurri nella lotta per sopravvivere e per vincere nell' economia dell' intrattenimento. Alla Disney viene fatto oggi quello che la Disney aveva fatto agli altri e la Comcast telecomunicazioni non è cattiva, è soltanto più grossa, più prospera della indebitatissima Disney e tiene in mano la bacchetta magica di ogni economia, nuova o vecchia, la distribuzione. Come insegnò la corsa all' oro nelle frontiere dell' Ottocento, non è mai il cercatore con il somaro, il padellino e i blue jeans quello che si arricchisce, ma è colui che gli vende il somaro, la padella e i jeans. La Disney, sotto la presidenza di Michael Eisner, che aveva ereditato «the House of the Mouse» nel 1984, lo aveva capito e aveva a sua volta assorbito un network televisivo nazionale, la Abc, e la sua affiliata sportiva, la Espn, oltre ad aver creato un proprio canale via satellite, Disney Channel. Ma sotto il pelo nuovo, la Disney è sempre rimasta una casa di produzione e di creazione, una meravigliosa macchina per generare fantasie e sogni, siano essi tangibili come i quattro luna park in Francia, Giappone, Florida e California, impalpabili come la promessa di avventure in scatola con le sue crociere nei Caraibi o luminose come le immagini proiettate dei cartoni animati e dei film della sua Miramax. Al contrario, la Comcast, nata nel 1963 in un paesetto dell' arretratissimo e rustico Mississipi, Tupelo, per redistribuire le immagini delle Tv nazionali a 1.200 abbonati, ha puntato sul guscio, più che sui contenuti. Sulla strada che l' ha portata oggi a essere presente in 41 dei 50 stati dell' Unione, con quasi 15 milioni di abbonati paganti tra cavo, satellite, telefonia mobile e Internet ad alta velocità ha costruito e acquistato palazzi dello sport e due squadre professionali nella Filadelfia dove ora ha la sua sede, i «76ers» di basket guidati da Allan Iverson e i «Flyers» di hockey. Fino ad approdare a un profitto operativo di 3 miliardi e 200 milioni di dollari nel 2003. Dunque era forse inevitabile che il gatto del contenitore inghiottisse il topo del contenuto, anche se l' esperienza fatta dalla società di Internet America On Line, quando divorò la Time-Warner e la Cnn senza riuscire a digerirla, si è rivelata un disastro. Ma il tempo è già cambiato, il disastro delle illusioni «new economy» tra il 2000 e il 2001 ha falcidiato gli ottimismi dei cercatori d' oro e sgonfiato i corsi dei titoli, lasciando meno giocatori, ma più forti, sul campo, come la Comcast che, dopo la «fantasyland» dello sport ha messo gli occhi sul «magico regno» delle invenzioni disneyane. Un regno nel quale i principi sono in rivolta, il palazzo è un subbuglio e il colpo di stato è imminente. Eisner, presidente-dittatore, è accusato di avere perso il tocco divino. Ha rotto la collaborazione con la Pixar, la società di animazione elettronica che pure gli aveva fatto «Nemo», l' ultimo successo della Disney. Ha espluso dal consiglio d' amministrazione l' ultimo depositario del dna storico del gruppo, il nipote di Wal Disney, Roy Disney e i suoi fedeli, con il pretesto del limite di età, 72 anni, e ha guardato il debito dell' azienda salire a 11 miliardi di dollari. L' ultimo Disney lo ha sfidato apertamente in un congresso dei rivoltosi, chiedendone la testa, accusandolo di avere spento la luce della fantasia e della creatività, di essere un «bean counter», un ragionere «contafagioli», neppure tanto bravo a contare i fagioli. E nella storia dell' economia, come nella storia politica, la debolezza e il dissenso interno fra i potentati hanno subito attratto l' attenzione del gatto, che ha fatto la sua mossa per invadere e conquistare. Gli investitori e gli analisti di Borsa, coloro che sanno spiegare oggi perché hanno sbagliato le previsioni ieri, sono dalla parte del gatto, i titoli della Disney sono cresciuti alla notizia, perché l' offerta della Comcast è superiore del 9,9% al corso delle azioni Disney, gli esperti del settore parlano di un matrimonio fatto in cielo, tra chi ha i canali per distribuire e chi ha il prodotto che fatica a distribuire, mentre le folle di un tempo, angosciate da allarmi e terrori, non tornano più tanto numerose a spendere nei parchi di divertimento. Il «Kingdom» rimane, ma il «magic» si è un po' scrostato, come la vernice rossa sui nanoni della sede lungo il Ventura Boulevard che richiedono una manutenzione quotidiana e maniacale, perché tutto deve sempre sembrare perfetto, nella casa del topo, anche quando non lo è, e persino Goofy, anche Pippo, si ribella. Un tale signor Ford, comparsa che lavorava in costume da Pippo per intrattenere i croceristi sulla flotta Disney, si è preso in testa la spranga di una tenda mal fissata ed è finito in ospedale. Ha fatto causa alla Disney per oltre mezzo miliardo di lire, ed è ovvio che se persino Pippo cerca di azzannare Topolino, c' è ormai qualcosa di marcio in quel regno.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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