Sulla linea di partenza della corsa alla Casa Bianca si presenta un partito Democratico che deve correre per sentirsi ancora vivo prima di potere sperare di vincere. Nessuno dei nove concorrenti alla candidatura anti-Bush pronti al via nello Iowa, appare in grado di sbalzare dalla sella un presidente di guerra, al quale ora anche l’economia torna a sorridere. Ma ci sono molti modi per perdere un’elezione e i Democratici devono scegliere quale tipo di sconfitta vogliono, sapendo che dalla qualità della sconfitta nascerà la possibilità di tornare un giorno al potere o almeno di rappresentare quel multilateralismo interno che questa amministrazione al potere ha trasformato in unanimismo di guerra e unilateralismo internazionale. L’America non ha necessariamente bisogno di un presidente nuovo, ma ha disperatamente bisogno di un’opposizione nuova. Nella sceneggiatura del grande spettacolo elettorale americano, questa è la silly season, la stagione un po’folle della corsa dei cavalli, quando i media si concentrano sui difetti dei partecipanti, nella più completa indifferenza di un’opinione pubblica che attende la fine dell’estate per occuparsene. è il tempo nel quale i fratelli coltelli di partito si dedicano al gioco reciproco del massacro, sbranandosi in pubblico. Dunque tutti i candidati tendono ad apparire più piccoli di quello che sono, come negli specchietti retrovisori, e i loro difetti più grandi. E se il partito avversario, in questo caso quello Repubblicano, ha invece un candidato senza alternative e già in carica, come Bush, il vantaggio è immenso. Da una parte un condottiero che vola sull’Air Force One. Dall’altra una folla di nanerottoli che si pugnalano tra di loro. Ma il fisiologico vantaggio della incumbency, dell’essere il detentore del titolo, si è gonfiato in misura patologica in questa prima elezione presidenziale americana sotto il segno della «Guerra al Terrore». I malcapitati avversari di Bush, esponenti di un partito democratico paralizzato e incapace di esprimere posizioni e alternative credibili al "bushismo", sono costretti a muoversi su un sentiero che non fu mai così stretto, neppure nei decenni della Guerra Fredda, tra il sostegno inevitabile a questa spettrale "Guerra al Terrore" e la critica alla guerra reale in Iraq che la Casa Bianca è riuscita, nonostante la vergogna delle «armi di distruzioni di massa» e ormai centinaia di caduti, a identificare con la rappresaglia contro i violentatori di Manhattan. Su questo sentiero, che la Casa Bianca può stringere a propria discrezione alzando quando vuole «l’allarme terrorismo» e magari estraendo dal cilindro colpi e catture spettacolari, devono camminare gli speranzosi a partire dai «consigli dei cittadini» in Iowa, tra sette giorni. Il favorito, e l’unico ad avere acceso le braci della militanza democratica dopo la gelata di Al Gore sconfitto (forse) nel 2000, è il dottor Howard Dean, medico ed ex governatore del Vermont, sorta di nuovo McGovern, l’alfiere del malumore contro la guerra e il collettore dell’intensa antipatia per Bush. Ha fatto finora il pieno della popolarità tra gli attivisti, ha riportato per le strade giovani volontari che inchiodano ai pali della luce cartelli con il suo nome, coniugando il vecchio modo di fare campagna con la nuova economia. Il suo sito Internet ha raccolto già quasi 40 milioni di dollari a colpi di offerte da 50 o 20 dollari. The doctor (oggi i medici sono di moda in politica) soffre naturalmente della classica sindrome del duro e puro, quella malattia che aiuta a vincere le elezioni primarie perché mobilita i pochi iscritti, e poi uccide il futuro candidato presidenziale nelle consultazioni generali per la stessa ragione, per il suo "estremismo". Ma se lui appare ineleggibile per essere a sinistra, i suoi avversari, sono ancora meno convincenti. Il secondo nei sondaggi, l’ex comandante della Nato e dei bombardamenti in Serbia e Kosovo, generale Wesley Clark, è un’invenzione dell’ultima ora, una creatura artificiale voluta dall’establishment democratico ancora in mano ai Clinton, Bill e Hillary, per sgambettare Dean e riportare la barra del partito verso quel centro moderato che permise loro di vincere due elezioni. Cresce nei sondaggi, ma non «prende fuoco». Il resto del campo, il deputato Dick Gephardt, sostenuto e finanziato dai sindacati, il funereo senatore del Massachussets John Kerry, reduce del Vietnam con tutto «il sex appeal di un impresario di pompe funebri», il moderatissimo e religiosissimo senatore Joe Lieberman, già travolto come numero due di Al Gore nel 2000, sembrano condannati al ruolo di vanitose comparse. Tutti rispettabili centristi e moderati, ma il paradosso è ovvio: perché l’elettorato dovrebbe votare per questi Bush light, quando può votare per il vero Bush? è chiaro che la scelta degli elettori democratici sarà una scelta politica fondamentale, per il futuro del pericolante partito Democratico. è meglio perdere di molto essendo se stessi, come fecero i Repubblicani nel lontano 1964, che scelsero un senatore di estrema destra Barry Goldwater, pur sapendo di andare alla disfatta contro un altro presidente di guerra, Lyndon Johnson, ma creando le basi ideologiche per i futuri trionfi di Reagan? è più saggio, invece puntare su un blando candidato senza qualité e senza spine, un Bush light come l’ex generale, per corteggiare il mitico centro? E che parte recita la musa inquietante del partito, la senatrice Hillary, che si mostra e si ritrae, nega ogni ambizione personale, ma intanto trama con il marito per bloccare the doctor, va a visitare le truppe in Iraq a viso aperto e si dichiara favorevole alla guerra? Sta lavorando sott’acqua per provocare uno stallo fra concorrenti ed essere così invocata come salvatrice del partito, nominata per acclamazione senza la seccatura delle primarie? Lei è la regina dei sondaggi, se volesse. Ogni scelta avrà un prezzo, e non solo per i Democratici. Una vittoria del "dottore" aggraverebbe quella polarizzazione di odio reciproco che sta trasformando la dialettica politica in una «guerra civile interna», come l’ha definita Robert Samuelson. Una vittoria dei moderati alla Clark o alla Lieberman appiattirebbe una discussione nazionale che già questo clima di guerra continua ha schiacciato e della quale l’America avrebbe invece bisogno urgente. Anche se George W. vincerà, gli Usa hanno necessità vitale di trovare per i prossimi quattro anni un contrappeso interno allo strapotere della nuova destra, ora che non esistono più contrappesi internazionali alle tentazioni delle sua forza solitaria.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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