e navigano forte i due avversari, l' ennesimo «nuovo JFK», il senatore John Forbes Kerry, e subito dietro, l' ennesimo «nuovo Clinton», il sudista John Edwards. Un vento di ottimismo gonfia le speranze dei democratici e spinge folle record a votare nelle primarie in ogni Stato. Bush annaspa nei sondaggi e le sue difficoltà fanno sognare i democratici che si affidano soprattutto a Kerry, l' usato sicuro, il senatore sessantenne e collaudato. «W» è battibile, si sente dire. Ma è vero? Tutti i detentori del titolo sono sempre battibili, soprattutto nelle democrazie dove l' «incumbent» al potere ha soltanto la capacità istituzionale di influenzare l' informazione con i propri atti, ma non ha strumenti anomali per possederla o pilotarla. Nessuno lo sa meglio del giovane Bush, sensibilissimo al ricordo di suo padre, espulso da Clinton dopo i primi quattro anni. Con gli occhi della speranza, i democratici cominciano a vedere in lui i sintomi della malattia che decretò la fine politica del genitore. L' effetto guerra che si affievolisce nella routine della indifferenza, i conti pubblici che sprofondano nell' inchiostro rosso, l' economia spicciola del quotidiano che continua a vedere l' emorragia dei «good jobs», dei lavori ben pagati verso il mondo dei salari elemosina. Wall Street va meglio, ma lungo Main Street, le strade della vita quotidiana, si soffre ancora. Bush è in una situazione di difficoltà quale non aveva più conosciuto da quel settembre 2001 che lo elevò a protettore della patria minacciata, immunizzandolo temporaneamente. Ma il tavolino a tre gambe sul quale erano state costruite l' immagine e le azioni del «Presidente di guerra» non lo regge più. Ne ha perduta di netto una, la triste «pochade» delle armi di Saddam. Ne ha una seconda che scricchiola, il legame integrale e mai dimostrato tra l' Iraq e il terrorismo islamico organizzato. Si regge ormai soltanto sulla gamba più discutibile, il diritto unilaterale di «cambiare i regimi». Quel diritto di intervento che nessuna risoluzione Onu mai concesse, senza la minaccia delle armi micidiali, e mai avrebbe potuto concedere. La popolarità del Presidente è scesa sotto il 50% per la prima volta. La frettolosa nomina di una ennesima «commissione d' inchiesta» sul fiasco dell' intelligence «preventiva» (ce ne sono già sei all' opera a Washington e se ne è persa traccia) dopo una settimana di balbettamenti è un' operazione per rimandare a dopo le elezioni la resa dei conti con l' opinione pubblica. E i segnali di rivolta della destra, di fronte alla nonchalance che un Presidente conservatore sta mostrando per la spesa pubblica, hanno costretto Bush a modificare la sua finanziaria 2005 e a escludere dal conto, con un operazione che rasenta il «falso in bilancio» le future spese di una guerra, che costa un militare ucciso al giorno e un miliardo e mezzo di dollari alla settimana. In questa finestra di vulnerabilità, i democratici, l' opposizione, si lanciano abbracciando con entusiasmo ritrovato uno o l' altro dei due più accreditati aspiranti alla nomina, Kerry, l' usato sicuro, il «kennediano» in chiaro vantaggio su tutti ed Edwards, il soave sudista, il volto nuovo. I sondaggi danno loro ragione, li indicano vincenti nel futuro testa a testa con Bush e gli strateghi sognano un «dream ticket», un' accoppiata di sogno fra il Nord e il Sud, tra il «liberal» bostoniano Kerry travestito da populista ma con pedigree da aristocrazia wasp (Kerry ha frequentato la stessa università, Yale, di Bush e fece le scuole inferiori in un elegante collegio svizzero seguendo il padre diplomatico) e il centrista del sud, divenuto avvocato miliardario nonostante l' umile nascita. Ma la storia delle elezioni ammonisce a non fidarsi mai dei cambi di mare tanto lontani dalla meta. A questo punto della lunghissima navigazione, il vento soffia sempre nelle vele degli oppositori. I media sono affamati di novità, trascurano il Presidente in carica e l' effetto «celebrità uguale popolarità» scatta. I riflettori sono accesi sulle loro accuse al governo, senza contraddittorio. L' iterazione demagogica delle stesse formule, le «due Americhe, ricca e povera» che Edwards vuole riunificare e «la lotta alle lobbies» di Kerry, beneficiario di generosi finanziamenti dalle stesse lobbies, seducono e soltanto gli aspetti positivi sono illuminati. Kerry l' eroe del Vietnam, con medaglie e ferite, ma che ebbe il coraggio di ribellarsi mentre Bush stava imboscato in Texas, esalta il proprio «machismo», perché la sinistra ha bisogno di un «progressista con le palle» da lanciare contro il Presidente travestito da Big Jim. Edwards promuove la propria «durezza rassicurante», il pugno di ferro dell' uomo fatto da sé nel guanto soffice del suo garbo da vecchio Sud. Poi, tra poche settimane, partirà la guerra contro di loro, lo «shock and awe» scatenato dall' armata di Bush, forte di finanziamenti elettorali faraonici e di provata spregiudicatezza. Ogni frase detta, ogni emendamento votato nei 19 anni di presenza al Senato saranno riesumati e buttati in faccia a Kerry. Ogni amicizia e alleanza politica saranno esposte, per dimostrare che egli è soltanto un altro «liberal», un altro «sinistrorso» e spaventare l' America benpensante con aborto e matrimoni gay, una banderuola che ha votato per la guerra e poi contro, un elitista cresciuto all' estero con seconda moglie straniera, la signora Teresa Heinz, vedova della salsa di pomodoro. E infine arriverà l' accusa di distruzione finale: quella di essere un «Washington insider», un professionista della politica. Per questo, dal 1960, dalla vittoria di Kennedy, mai più un senatore è riuscito a diventare Presidente. Troppo è il bagaglio politico che un parlamentare di antico pelo si porta dietro. «Kerry non sa che cosa sta per cadergli in testa», dice il vecchio repubblicano Bob Dole, il senatore che era davanti a Clinton nei sondaggi del febbraio 1996 e a novembre fu distrutto alle urne, così come fu spazzato via Michael Dukakis che, anche lui, in inverno era in vantaggio su Reagan. Forse, in questo 2004 difficile da leggere perché scosso dalle correnti di un' avventura bellica in corso, le speranze di febbraio diventeranno la realtà dell' autunno per lo sfidante e il duello tra un «progressista duro» e un «conservatore compassionevole» come Bush si descrive, sarà una scelta vera. Ma c' è un asso nascosto nel mazzo che potrebbe uscire e chiudere la partita, se Bush riuscisse a pescarlo ed esibirlo alla folla, come fu esibito Saddam: Osama Bin Laden. Il futuro della Casa Bianca è involontariamente nelle mani di colui che più di ogni altro odia l' America.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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