La folla imprevista e immensa di cittadini dello Iowa che hanno affrontato il gelo per votare nella prima eliminatoria presidenziale tra Democratici, ha alzato un venticello freddo che ha fatto rabbrividire Bush e i repubblicani. Ha detto che tra dieci mesi il presidente potrebbe avere un avversario vero, sulla strada della sua rielezione, non ancora un nome o un progetto politico alternativo, perché il primo atto delle primarie è servito, come ogni quattro anni, a potare i rami secchi più che a investire un campione, ma un sentimento molto più diffuso di quanto i sondaggi sballati della vigilia indicassero: la determinazione di scegliere un alfiere non per passione, ma per ragione, un candidato che non sia eccitante, ma "eleggibile". Per sperare, soltanto sperare, di insidiare Bush in novembre, l' opposizione «cerca un marito, non un amante», come ha detto l' analista Jeff Greenberg di Cnn, la sorpresa della Iowa è stata la mobilitazione dell' elettorato moderato anti-Bush, la sua voglia di sfuggire sia alla tentazione sterile dell' invettiva, sia a quel ricatto del Terrore che Bush ha di nuovo agitato ieri sera nel suo Discorso sullo Stato dell' Unione, indicando candidati moderati ed "eleggibili", contro i cavalieri della protesta pura come il grande sconfitto di questo primo voto, il dottor Dean. Un' opposizione interna al "bushismo" dunque esisteva sotto la cenere dell' emergenza unanimistica, non era morta, e non è stata schiacciata né dall' 11 settembre né dalle guerre preventive. Ma è un' opposizione acefala, che brancola alla ricerca di colui che possa guidarla non in un corteo di protesta, ma nello Studio Ovale per governare. L' esperienza di tutte le campagne elettorali americane insegna che leggere troppo nell' Iowa, in questa forma di democrazia al dettaglio teneramente anacronistica nell' epoca della telepolitica all' ingrosso, è rischioso. Dal 1972, soltanto un candidato vittorioso in quella sorta di assemblee condominiali che sono i "caucus", i consigli civici dello Iowa, è arrivato alla Casa Bianca (Jimmy Carter, 1976). Ma ci sono due dati indiscutibili: il 75% dei cittadini di questo stato sono contro la guerra, eppure soltanto il 18% ha votato per il candidato, Howard Dean, che aveva fatto della opposizione ringhiosa alla guerra il proprio vessillo. E il successo dei due moderati, il "senatore Ketchup", John Kerry sposato all' erede della fortuna Heinz e il sudista Edwards, è venuta dalla più alta affluenza di elettori dal 1972, l' anno del Vietnam. Questi dati non significano che i democratici abbiano una ragionevole chance di sbalzare George il Giovane dal trono di famiglia. Tra meno di una settimana, in un altro stato gelido del Nord, il New Hampshire, ogni graduatoria potrebbe essere rivoltata e comportare la morte civile per il protestatario Dean e i suoi giovani e generosi "deanatics", i suoi fanatici ultrà. Ma significa che Karl Rove, il pilota elettorale di Bush, non avrà il comodo avversario estremista da demolire con le solite accuse di elitismo liberal. Potrebbe avere invece di fronte un centrista kennedyano come John Forbes Kerry (si notino le iniziali, Jfk) che votò a favore della guerra di Bush o l' incubo segreto dei repubblicani, il sudista senatore John Edwards del South Carolina, figlio davvero "fatto da sé" di un operaio di fonderia e proveniente da quegli stati del Sud che tengono da decenni le chiavi della Casa Bianca. Questa coscienza del pericolo è la folata che ha mosso i fogli dell' ultimo Discorso sullo Stato dell' Unione pre-elettorale pronunciato da Bush davanti alle Camere riunite, ieri sera. La data del discorso era stata scelta, anche se la corte di George il Giovane lo nega, per coincidere con i risultati dello Iowa e strappare i teleschermi all' opposizione. Ma più ancora, il discorso, che è il più augusto dell' anno politico americano, è stato la testimonianza di come gli strateghi repubblicani avvertano che la guerra, il terrore e l' ideologia della democrazia da esportare, non funzionino più da collante elettorale e la conversione di Gheddafi alla moderazione, che Bush ha citato come prova sicura del suo successo, non commuova molti elettori. Soprattutto, ha dovuto giustificare le fanfaronate propagandistiche pronunciate solennemente dallo stesso podio, lo scorso anno, sulle armi irachene. «Saddam Hussein sta raccogliendo le armi più pericolose del mondo» aveva detto testualmente. Non c' erano, ma «la nostra lotta per estirpare il terrorismo da mondo continua» e quello che sta accadendo in Iraq dimostra che «siamo sulla strada giusta». E c' era anche qualche banco vuoto in aula, ed erano quelli dei parlamentari democratici che sono già volati in New Hampsire, la prossima tappa della corsa elettorale, per cercare di catturare il vento dello Iowa e non sprecare l' entusiasmo composto di un' opposizione che esisteva nel Paese, fino a ieri, nel vuoto di un partito democratico che non la sapeva più rappresentare.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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