Grigio, allampanato, serio, senza molto carisma ma con un impeccabile pedigree, il sessantunenne John Kerry incarna la voglia di normalità che affiora da una nazione affranta da troppe emergenze. Da sei anni, gli Usa passano di shock in shock, l' impeachment di Clinton (98/99), la scandalosa elezione di Bush in Florida (2000), le Torri di Mahnattan (2001), la guerra continua in Afghanistan e in Iraq, la perdita di due milioni e mezzo di posti di lavoro, l' angoscia incombente del terrorismo. A questa America Kerry non offre le risposte facili del semplicismo ideologico, ma la promessa del ritorno a una seria, complessa, collaudata professionalità. Si propone come un presidente di pace (ma non pacifista) in alternativa a un presidente di guerra. L' opposizione americana ha flirtato con le tentazioni della gestualità protestataria incarnata dal focoso governatore Dean, bruciato come un petardo dal proprio stesso fuoco e poi con il morbido charme sudista dell' avvocato Edwards, l' uomo nuovo, secondo il classico schema del "signor Smith che va a Washington" e ripulisce le stalle infette. Ma se alla fine l' elettorato democratico ha preferito lanciare contro Bush la quieta normalità di un marito sicuro come Kerry, politico di professione da quando rientrò a casa dal Vietnam 34 anni or sono, è perché la voglia di sentirsi normali in tempi anomali è stata più forte del richiamo dell' antipolitica. Al gusto di una manifestazione di protesta è stata preferita la possibilità di vincere, la "eleggibilità" del candidato, senza compromettere troppo i principi. Kerry è una proposta seria per tempi molto seri. è l' usato sicuro proveniente dalla più collaudata political machine democratica, il Massachussets, figlio adottivo dell' ormai semivuota scuderia dei Kennedy, senatore da 20 anni, navigatore consumato tra gli scogli parlamentari, di origine ebraica ma cattolico e laureato prima nella protestante Yale e poi in legge nel Boston College dei Gesuiti, ed è quindi esattamente l' avversario che Bush non avrebbe voluto. Un uomo per tutte le stagioni che sarà facile accusare di "flip flop", di capriole e giri di valzer. Ma, per la stessa ragione, anche un oppositore che Bush, avrà molta difficoltà a incastrare nella caricatura dell' estremista o licenziare come un peso leggero per tempi gravi. Se una dote Kerry possiede in eccesso, è proprio quella gravitas che a Bush manca. Per rintuzzare la minaccia del ritorno alla professionalità, Bush e il suo stratega Karl Rove, maestro riconosciuto del colpo basso, dovranno strappare a Kerry il mantello della normalità, dipingerlo come un liberal, uno di sinistra, e agitare quella destra nella quale l' anatema liberal fa scattare i riflessi condizionati che la parola "comunista" produce in elettori politicamente più primitivi. Ma proprio qui sta il paradosso della strategia anti-Kerry. Se Kerry verrà raccontato come un estremista di sinistra, le ambiguità di un politico che ha votato per tutto e contro tutto smentiranno l' immagine del puro e duro. Se verrà dipinto come un inaffidabile giravoltista, un "flip-flopper", sarà poi difficile accusarlo di massimalismo. Lo stesso dilemma, rovesciato, attende Kerry. Su di lui si sono concentrate insieme la ribellione e la quiete, la normalità e l' eccezionalità, il sogno di vendetta e il desiderio di ritorno a una politica meno negativa di questa, condotta da un' amministrazione di ideologi travestiti da agnelli cristiani. Il sentiero è stretto, per l' anti- Bush che eredita un bilancio federale sgangherato dal "meno tasse e più spese" di una destra dissennata che ha tentato di combinare il keynesismo con il reaganismo e che eredita una occupazione militare alla quale nessuno presidente può sottrarsi unilateralmente, come Kerry sa bene. Deve attaccare Bush, ma senza eccessi. Trattarlo da avversario, ma non da nemico, come si vuole appunto nella politica della normalità. «I am a fighter», ha promesso alla folla che applaudiva il suo discorso della vittoria martedì sera, sono un lottatore. Ma anche il più coraggioso dei combattenti, ha bisogno di un piano di battaglia intelligente. Una campagna presidenziale americana è, come un incontro di basket o di football, divisa in quattro tempi. Il primo è finito ieri l' altro, con la vittoria di Kerry, che ora soltanto catastrofi potrebbero fermare. Il secondo tempo parte in queste ore, con lo sbarramento di spot e di comizi che devono servire a definire, nei termini più negativi e denigratori possibili, la figura dell' avversario e qui il vantaggio finanziario di Bush, che ha cinque volte più soldi di Kerry, è immenso. Il terzo tempo è l' estate delle convention, dei congressi, nei quali i due partiti celebrano separatamente le proprie glorie, fino all' ultima frazione di gioco, il quarto tempo finale in autunno segnato dai dibattiti televisivi, non più dai soliloqui e dagli spot, a cui nessuno, in questo Paese, può sognare di sottrarsi, senza essere castigato. Lo scontro tra Bush e Kerry si può dunque riassumere nel duello tra il richiamo all' emergenza, su cui il War President martellerà, e l' aspirazione alla normalità dell' amministrazione ordinaria anche in tempi straordinari, che il Peacetime President offrirà, per abbandonare la strategia «inetta, incosciente e arrogante» dell' unilateralismo neoconservatore divide et impera, per tornare alla politica delle alleanze occidentali e a discutere di salute pubblica, di iniquità fiscale, di posti di lavoro da difendere senza ricadere in quel protezionismo, che l' elettorato democratico ha bocciato in Edwards. Si può tornare a essere normali in tempi straordinari? Il terrorismo lo permetterà? Si può respingere la ciarlataneria dell' antipolitica in favore della mediazione politica quotidiana che il governo di una nazione complessa sempre richiede? Questa è la sfida che Kerry lancia da oggi, puntando su un' "America normale" della quale non soltanto molti Americani hanno nostalgia.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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