San Francisco - è il primo mattino del mondo, per la fila di uomini e donne che si sono ritrovati nella notte per ottenere il diritto di essere in pubblico quello che per millenni a loro era stato proibito essere anche in privato: sposi. Ne vedo almeno un centinaio, alcune nel bianco dell' abito e delle spalle intirizzite dal solito gelo dell' alba di San Francisco prima che il sole scavalchi la Sierra e illumini la cupola d' oro di quel palazzo comunale dove andarono a sposarsi tra folle in estasi anche Marilyn Monroe e Joe di Maggio e oggi si muove invece, senza applausi, la processione di omosessuali che vanno a sposarsi davanti a un funzionario comunale costretto a cambiare per loro la formula classica. Non più «I pronounce you husband and wife», marito e moglie, ma vi proclamo davanti al mondo «sposi», marito e marito, moglie e moglie, finché morte o una nuova legge o un nuovo emendamento costituzionale non vi separi di nuovo. E' il primo giorno, che forse durerà davvero lo spazio di un mattino, del matrimonio possibile fra gay. Non unione civile, non accomodamenti legali fra partners stabili o convivenza riconosciute, ma proprio matrimonio, la parola magica che riapre il ritorno degli esuli del sesso «diverso» nella famiglia umana. Gavin Newson, il nuovissimo sindaco della città più bella e più sfacciata d' America, ha deciso improvvisamente e arbitrariamente di permetterlo, aprendo una finestrella dentro la quale, in poco più di 24 ore, centinaia di coppie omosessuali si sono fiondate con la passione di chi l' ha attesa per decenni e con l' ansia di chi sa che la finestra potrebbe sbarrarsi subito, perché sfida non soltanto la morale comune, la tradizione, la religiosità militante, la politica, ma la legge dello Stato e la tirannide dei sondaggi. E' stato un piccolo «golpe», quello del sindaco eletto in novembre, lanciato quando ha ascoltato il Presidente Bush dire, nel suo discorso sullo stato dell' Unione, che sarebbe intervenuto per difendere la santità della famiglia fondata su maschi e femmine, se i «giudici attivisti» - questa dei giudici è una fobia della destra mondiale - avessero riconosciuto il diritto dei gay al matrimonio, come aveva appena fatto la corte suprema del Massachusetts. E il golpe dell' "amore che non osa pronunciare il proprio nome", secondo la frase resa celebre da Oscar Wilde, potrebbe fallire, perché le leggi dello Stato della California riservano il matrimonio alle coppie etero e la legge dello stato fa premio sulle norme comunali. Ma questa è storia di domani, quando i gruppi conservatori e indignati presenteranno le loro petizioni ai tribunali californiani per proibire al comune di San Francisco di concedere licenze matrimoniali a quei distruttori di famiglie come dicono i cartelli dei dimostranti sul marciapiedi opposto. Forse immemori del fatto che la famiglia umana sta già facendo un ottimo lavoro in proprio per distruggersi, visto che per 2,4 milioni di matrimoni «regolari» all' anno, negli Usa, ci sono 1,2 milioni di divorzi e milioni di denunce per violenze e crudeltà reciproche. La storia di oggi è il lungo gregge bianco e grigio, vecchio e giovane, maschio e femmina, con bambini tra loro, accorpato e ravvicinato sul grande marciapiedi davanti alla cupola d' oro, come se avessero freddo e volessero scaldarsi a vicenda. O avessero un poco di paura per avere osato la speranza di essere finalmente, con timbro a secco e firma delle autorità, normali. Lo sa tutta San Francisco chi sono e che cosa vogliono e qualche automobile di passaggio nel traffico del mattino suona il clacson, per disprezzo o per plauso non si sa, perché il suono è inarticolato, come la paura di un nuovo mondo di empietà spalancato dagli strani «oggi sposi». I passanti a piedi, i cittadini che vogliono entrare in quel palazzo comunale sormontato da un cupolone di rame e d' oro costruito alla fine dell' Ottocento, aggirano il gruppo dei promessi sposi gay, evitando di sfiorarli, come se l' omosessualità fosse contagiosa. Tra loro si muovono, come cani da pastore, soltanto cronisti per registrare ancora e ancora la stessa storia raccontata dai vecchi e dai giovani in attesa di sposarsi. Anni, a volte decenni, di amore e di fedeltà reciproca e tenace, da fare arrossire d' invidia il più devoto degli sposi cristiani. Si sono sposate Pyhllis Lyon e Del Martin, coppia di donne ottantenni e insieme da 51 anni, record da nozze d' oro, una in giacca severa con colletto alla Mao, lei in completo di pelle scamosciata. Si sono giurati fedeltà e amore «in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà», Jim Nikoff e Dave Lawson, partners in uno studio legale e nella vita, che aspettavano la licenza matrimoniale per andare in Cina e adottare una bambina. C' è chi gioca alla sposina da torta nuziale, in bianco e traino con bouquet di fiorellini cinesi di plastica accanto alla sposa in frac con le code e chi ha portato i figli, come Layla Short, che li aveva avuti da una relazione con un uomo già sposato e ora dice di avere trovato in Annemarie la partner per la vita, la donna giusta. Ci sono le solite storie, le solite promesse, le solite speranze e i soliti inganni di ogni matrimonio. Con meno ostentazione, forse con più convinzione. E con cinque funzionari comunali frettolosamente investiti dal sindaco con l' autorità di concedere licenze, per fronteggiare l' assalto. Perché queste non sono coppie che devono sposarsi. Sono uomini e donne che vogliono sposarsi, ai quali non basta più il diritto alla unione civile, che già la California concede con tutte le prerogative legali, ma vogliono la parola, la formula magica, il segnale che la comunità civile li considera cittadini a pieno titolo. Tutto potrebbe essere soltanto una crudele messinscena, un gesto vuoto, perché né Bush, né il suo previsto avversario democratico Kerry, né la maggioranza dei cittadini americani sondati sono favorevoli al matrimonio fra omosessuali e l' elezione incombe, gli opportunismi premono. Saranno forse sposi soltanto per un giorno o due, ma il mattino ha portato il sogno del nuovo mondo, alle coppie che si abbracciano stringendo il pezzo di carta dove si attesta quello loro sanno già, che si vogliono bene e vogliono vivere insieme.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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