Bagdad - «Un errore. Sarebbe un puro e semplice errore per gli spagnoli ritirare le loro truppe dall' Iraq proprio ora. Significherebbe un segno gravissimo di resa al ricatto del terrorismo». Con poche battute, il ministro delle Risorse Idriche iracheno, Latif Rasheed, esprime le preoccupazioni del governo transitorio a Bagdad per gli ultimi sviluppi politici a Madrid. Sunnita, alle spalle lunghi anni di esilio tra Europa e Stati Uniti, Rasheed ci parla durante un ricevimento in occasione della presentazione dei progetti italiani mirati a ridare vita alle marcite alla foce di Tigri ed Eufrate. Ministro, il nuovo leader spagnolo, il socialista José Luis Rodriguez Zapatero, ha espresso chiaramente l' intenzione di ritirare i 1.300 soldati del suo Paese in Iraq entro il 30 giugno. Che ne pensa? «Penso prima di tutto che siamo molto grati agli spagnoli e ai Paesi che fanno parte della Coalizione per avere aiutato l' Iraq a liberarsi della dittatura e preparare un futuro di libertà. Grazie a loro possiamo costruire un sistema democratico e un' economia solida, aperta». Ma ora gli spagnoli si ritirano. «Non è ancora detto. Il futuro premier socialista ha lasciato capire che ci sono spazi per negoziare. Le loro truppe non lasceranno l' Iraq prima della fine di giugno. Entro quella data le condizioni sul terreno potrebbero essere migliorate, comunque noi faremo del nostro meglio per convincerli a restare». E se si ritirassero subito? «Nessun Paese al mondo dovrebbe farsi condizionare dalla minaccia terroristica. Ciò per il bene dell' Iraq, ma anche dell' intera comunità internazionale. Il terrorismo va combattuto con l' unità e il coordinamento». Zapatero ha ribadito che la guerra e l' occupazione dell' Iraq sono state un disastro. C' è davvero spazio per il dialogo? «Questa è stata una guerra di liberazione. Ci ha liberato da una dittatura più che trentennale, dalla persecuzione, dalla paura, dalla corruzione di un regime che considerava i cittadini come schiavi. Ci ha sciolto dall' ingiustizia di uno Stato dominato da minoranze onnipotenti. La guerra di un anno fa è stata una guerra giusta, non poteva essere più giusta. E ora ci attendiamo che la comunità internazionale ci aiuti a rimettere in piedi l' Iraq del post-Saddam». Non teme che i terroristi possano colpire altri Stati della coalizione, per esempio l' Italia, e che il desiderio del nuovo governo spagnolo di lasciare l' Iraq possa allargarsi? «Noi iracheni siamo ormai abituati al terrorismo. Ci fa meno paura. Da quasi un anno a oggi è diventato parte della realtà quotidiana. Abbiamo capito che possiamo farvi fronte. Ma, è vero, non sappiamo come potrebbero reagire in caso di attacco gli altri partner, europei e non, che offrono il loro contributo nella coalizione. Ecco perché sono importanti le consultazioni e gli incontri internazionali. E ancor più la solidarietà». Qual è la cosa più importante per l' Iraq in questo momento? «Occorre che il mondo non ci abbandoni. Non bisogna lasciare che il terrorismo trionfi in Iraq. Perché prima o poi la pagherebbe anche chi oggi fa finta di credere che la cosa non lo riguardi. Guai se la logica delle bombe soppiantasse quella della diplomazia». Quanto contano i soldati della Coalizione a fianco di quelli americani? «Molto, moltissimo. Danno il senso del sostegno del mondo alla costruzione del nuovo Iraq. Sono importanti gli spagnoli, i 3.000 italiani, i giapponesi, i britannici e tutti gli altri. Spero davvero che nessun contingente lasci prima che la nostra pacificazione interna sia diventata un fatto solido e irreversibile». Quanto tempo ci vorrà? «Non so, certo ancora qualche tempo». Cercherete di parlare con il nuovo governo socialista spagnolo? «Subito, appena possibile. Lo ripeto, mi sembra ci siano spazio e tempo per convincerli a rivedere le loro posizioni».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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