C'è forse soltanto un piccolo dettaglio da aggiungere all'inondazione di chiacchiere e di indignazioni che da ieri sera affumicano i media come la densa fuliggine che entrava dai tunnel dell'Olimpico. (Inciso di cronaca: i telecronisti di Sky TV che raccontavano in diretta la partita non hanno dato la notizia falsa della tragedia e hanno diligentemente atteso la smentita). Il dettaglio sta nella istantanea credibilità che la voce di un morto in uno scontro fra tifosi e polizia nei dintorni dello stadio acquista, appena qualche deficente, o qualche piccolo terrorista dilettante la mette in giro. E chi pensasse che la parola terrorista sia eccessiva, immagini quale strage sarebbe potuta uscire da un catino colmo di 80 mila persone nel panico.
Nell'universo demenziale del calcio di italiano, è dunque perfettamente accettabile ed è considerato del tutto normale che scene di guerriglia urbana precedano e seguano partite di calcio, come le pulci i cani o i fulmini i temporali. Soltanto una morte, e soprattutto la morte di un bambino fortunatamente non vera, turba tifoserie e platee che invece considerano naturale e non degno di una seconda occhiata cariche, incendi, feriti, pietre contro i pullman, lacrimogeni, razzi in campo.
E' il fenomeno classico dell'assuefazione, che progressivamente anestetizza e richiede dosaggi sempre più alti di droga per ottenere qualche effetto. Il calcio italiano, che tollera da anni, con la complicità di dirigenti che respingono la responsabilità della sicurezza negli stadi e coccolano le peggiori risme di disperati nascosti sotto l'etichetta degli "ultrà", vive in uno stato di normale illegalità che collega i consigli di amministrazione alle curve e le alimenta entrambi.
Si accetta per normale ciò che in altre nazioni e in altre culture sarebbe intollerabile e che si tenterebbe di stroncare o si è stroncato quando ha prodotto la tragedia.
Non è normale che partecipino allo stesso torneo squadre che dispongono di fondi illimitati e che hanno bilanci di venti o trenta volte superiori alle meno fortunate, aprendo un abisso di 60 (sessanta) punti tra la prima e l'ultima in classifica.
Non è normale, dopo la caduta di Ceaucescu in Romania e di Saddam Hussein in Iraq, che la stessa persona fisica sia insieme capo del governo e proprietario di una squadra fortemente indebitata che controlla anche la Lega attraverso un proprio uomo di fiducia e propone leggi dello stato che porteranno beneficio anche a lui.
Non è normale che i "tafferugli", come si chiamano in linguaggio da mattinale di Questura, accompagnino derby e partite calde, mentre dagli spalti partono sbarramenti di razzi fumogeni e botti da "Bagdad by night", che gruppi di ultras controllino il bagarinaggio dei biglietti e il commercio del ciarpame sponsorizzato, che il manager di una squadra abbia, direttamente o indirettamente, dozzine di giocatori come clienti della propria agenzia, che centinaia di agenti della Finanza, della PS, dei Carabinieri debbano rischiare l'incolumità e spendere i nostri soldi per proteggere gli interessi privati di società private. E non è normale che aziende non paghino miliardi di tasse arretrate per 510 milioni di Euro mentre utilizzano appunto i proventi delle nostre tasse per garantire la sicurezza degli stadi.
Ora si faranno indagini e inchieste sul "giallo" dell'Olimpico, come sono state fatte a bracciate sui casi di violenza e sui falsi in bilancio e niente è mai cambiato, se non in peggio, come non cambierà neppure questa volta perché non si può chiedere agli spacciatori di combattere il traffico della droga. L'accettazione dell'anormalità produce inesorabilmente episodi come quello di domenica notte a Roma, che è stata vista in decine di nazioni, in diretta, come è giusto che sia, perché il mondo deve vedere e sapere come si è ridotto - da solo - il campionato più anormale del mondo, ormai in balia anche dei piccoli terroristi da curva.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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