Se questa non è una guerra, che cosa è mai una guerra? Diventa ogni giorno più difficile vendere al pubblico interno e internazionale la fiaba rassicurante della "missione di pace". Ogni ora che ci avvicina alla scadenza del 30 giugno prossimo rende sempre meno convincente la pretesa che le colonne di panzer entrate a Falluja, le battaglie tra milizie armate irregolari e forze di occupazione, la caccia al chierico estremista Moqtada al Sadr, gli Apache che mitragliano i quartieri sciiti di Bagdad, siano operazioni di sicurezza per consentire il sereno passaggio di mano alla sovranità irachena.
Si fanno prove generali di guerra civile e questa avventata, presuntuosa e mal pianificata impresa in Iraq certamente non è l´Italia né la Germania liberate del 1945, come la malafede dei neoconservatori aveva avuto la spudoratezza di raccontarci. "Questa - ha detto il senatore John McCain - è guerra". Ciò che è più grave, è guerra su due fronti, tra sunniti e sciiti radicali e noi in mezzo.
Come disse Thomas Jefferson in altre epoche e circostanze, "l´America ha afferrato il lupo per le orecchie". A mano a mano che ci avviciniamo al 30 giugno, quando le esigenze elettorali di George Bush lo costringeranno a mettere una faccia irachena sull´occupazione americana, si vedono, con desolante prevedibilità, esperimenti di guerra civile tra i gruppi che si contenderanno i pezzi del futuro Iraq. "Vogliamo che il governo sia eletto, non imposto dalla legge della folla", diceva ieri Bush ripetendo la solita promessa di "mantenere la rotta", ma quella delle sommosse, delle dimostrazioni violente, del settarismo è la sola forma di lotta politica alla quale decenni di oppressione coloniale europea e poi di selvaggia dittatura abbiano addestrato gli iracheni. Soltanto l´arroganza ideologica creata dagli illusionisti della Casa Bianca poteva credere che la pianta della democrazia sarebbe germogliata nel deserto in pochi mesi, alla vista delle colonne americane nelle vie di Bagdad.
Eppure questa era la premessa fondamentale dell´invasione ed è la sola che ancora rimanga dopo le fandonie sulle armi e sui rapporti fra Saddam Hussein e Al Qaeda. Per questo Bush non può scavalcare né spostare quella deadline, quella scadenza del 30 giugno che ora appare inutilmente e pericolosamente vicina. Non esiste alcuna ragione militare, né strategica, né irachena, perché il passaggio formale della sovranità limitata sotto la tutela del futuro ambasciatore plenipotenziario che sostituirà l´esausto governatore Bremer, debba avvenire proprio il 30 di giugno e non fra un anno o sei mesi. Quella data ha esclusivamente un senso elettorale, fissata per tagliare l´erba sotto i piedi della Convention democratica in luglio, dove la guerra sarà il leitmotiv, e per dare al Congresso del partito repubblicano in agosto una parvenza di apoteosi.
Ma anziché funzionare da surrogato di vittoria, quella data sta agendo come uno stimolante per i mestatori che fanno leva sull´odio crescente contro quella che nelle strade di Bagdad, di Falluja, di Bassora, della "nostra" Nassirya, la gente non chiama liberazione, ma chiama "l´occupazione sionista degli anglo-americani". Bush cammina verso quel giorno come l´acrobata su un filo. Non può cadere né da una parte né dall´altra, non può tollerare la guerra civile strisciante ma non può neppure eccedere nella rappresaglia militare alla maniera di Ariel Sharon, perché l´una e l´altra scelta darebbero soltanto spazio e motivazioni alle truppe irregolari che hanno già ucciso 616 soldati americani e abbattono ministri e funzionari e poliziotti "collaborazionisti" ogni giorno. Può soltanto andare avanti.
Il meccanismo del calendario, che Washington aveva costruito per normalizzare l´Iraq a colpi di scadenze artificiose, sta diventando così una bomba a orologeria che i rastrellamenti, le catture di "ribelli" e l´arresto annunciato ma non ancora avvenuto dell´arruffapopolo sciita Al Sadr asserragliato in una moschea con i suoi miliziani potrebbe far esplodere in maniera ancora più sanguinosa. Si parla con insistenza a Washington di mandare altre divisioni in Iraq, ma le divisioni da mandare non ci sono, i marines sono un piccolo corpo di spedizione specializzato, l´Esercito è già stato costretto a raschiare il barile della Riserva e delle milizie statali, per consentire la rotazione dei 130 mila al fronte da un anno. I reduci sono stanchi. Il massimo numero di caduti, il 40 per cento, è stato fra soldati di 30 e 35 anni, professionisti, bene addestrati, ma non robot.
Bush è risoluto e inflessibile, oltre che nervoso, come ha dimostrato ieri apostrofando irritato un giornalista che gli aveva rivolto una domanda senza precederla con il "Mister president" ("A chi sta parlando, a me?" lo ha fulminato). È sicuramente vero che sia "risoluto", perché l´acrobata non ha alternative, tra il precipitare e il continuare sul filo della pazienza-indifferenza dell´opinione pubblica americana. Ma anche lui, che di storia sa poco, non può ignorare che il filo della pazienza dell´America è lungo, non infinito. Quando si spezza, si spezza di schianto.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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