Prima le granate contro i gipponi Mitsubishi in corsa, poi l' incendio e infine il linciaggio dei quattro corpi semicarbonizzati. "La folla ha trascinato due dei cadaveri per le strade, li ha tirati con un asinello, e tra gli applausi li ha impiccati a un ponte sull' Eufrate. Un altro è stato decapitato, smembrato a colpi di sbarre. C' era anche una donna", raccontano i giornalisti locali che lavorano per i media occidentali. E' stata ieri la celebrazione dell' orrore e dell' odio antiamericano l' ennesimo attentato a Falluja, nel cuore del "triangolo sunnita" a nord-ovest della capitale. Qui già il 29 aprile di un anno fa (20 giorni dopo della presa di Bagdad da parte dei Marines) scattavano le prime rivolte. I soldati americani uccidevano 17 dimostranti, molti ragazzini, che li avevano assediati nel cortile di Al Kaed, una piccola scuola elementare. Nelle settimane seguenti Falluja diventata il centro sanguinante del "triangolo della morte", il motore primo dell' odio sunnita per l' invasore americano. Già ai primi di giugno non passava giorno senza che a Falluja e dintorni non vi fosse qualche attacco: una bomba, una sventagliata di mitra, una manifestazione violenta. Tanto che dopo l' attentato contro la sede dell' Onu a Bagdad, il 19 agosto, Falluja diventava una sorta di repubblica indipendente della guerriglia e del terrorismo legato ai fedelissimi dell' ex dittatura. Con gli americani acquartierati alla sua periferia, preoccupati soprattutto di costruire la polizia irachena locale e di garantire la viabilità sulla grande autostrada che da Bagdad porta in Giordania. Il governatore Usa a Bagdad, Paul Bremer, sperava che con il passare del tempo anche l' utopia della gente di Falluja per il ritorno di Saddam si assopisse. Ma l' autunno ha visto il fenomeno crescente del sodalizio tra ex baathisti e nuove milizie armate del fondamentalismo islamico. Tanto che con la cattura di Saddam, il 13 dicembre, il terrorismo non è finito. E' continuato, in forme più crudeli. Così c' è stato l' attacco alla stazione della polizia locale, la devastazione del municipio, l' assassinio e l' intimidazione dei pochi notabili che accettano di collaborare con americani e alleati. Falluja è diventata regione tabù per gli occidentali. Da qui è iniziato il fenomeno dell' assassinio metodico di chiunque sembri straniero. Due mesi fa nelle sue vicinanze, sull' autostrada per Bagdad, sono stati assassinati due dipendenti francesi di una società che ha subappaltato alcuni contratti dalle ditte legate all' amministrazione americana. Ora il fenomeno è diventato endemico. Il terrorismo ha ucciso lavoratori e appaltatori tedeschi, finlandesi, traduttori e giornalisti iracheni, ma soprattutto americani. Tanti americani. Come i quattro civili ammazzati ieri, appaltatori per una ditta statunitense. Poche ore prima dell' agguato i loro gipponi Mitsubishi erano stati visti presso la base militare americana che si trova alle porte di Falluja. Una base controllata a distanza dalla guerriglia che opera in città. Proprio da lì, all' inizio della settimana, erano partite le pattuglie americane che avevano setacciato la zona urbana a piedi. Ma ieri nella città per molte ore dopo l' attacco ha regnato il caos. Gli americani erano occupati a dare la caccia a chi poco prima aveva ucciso 5 dei loro soldati, una ventina di chilometri più a Est. Normale routine: il loro mezzo era saltato su di una bomba telecomandata. Così nessuno è intervenuto per impedire lo scempio dei corpi dei 4 civili americani. I circa 1.500 poliziotti locali se ne sono rimasti chiusi nella loro caserma. "Falluja è il cimitero degli americani", ha scritto qualcuno vicino alle macchie di sangue sul selciato. Solo molto più tardi, quando il Dipartimento di Stato confermava che si trattava di "quattro cittadini americani", i Marines erano tornati nel centro. E la violenza è scoppiata anche a Baquba, un' altra cittadina nel "triangolo sunnita". Un kamikaze si è fatto saltare in aria cercando di uccidere il governatore provinciale, Abdullah Al-Joubori. Il governatore è illeso, ma 14 civili sono rimasti feriti.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>