C' era una volta il sogno di "tre principesse", come le chiamava la nonna, tre sorelle di oggi, che non sognavano cavalieri ma uniformi. Charity, Rachele e Michelle si erano arruolate insieme, lo stesso giorno del 2001, nella Guardia Nazionale del loro stato, il Wisconsin, per avere una borsa di studio universitaria e perché «sembrava una cosa divertente» da fare, una favola vera da vivere insieme. Insieme, con il loro battaglione di Military Police, furono mandate in un paese chiamato Iraq e l' orrida favoletta finisce qui, perché le tre principesse non torneranno a casa insieme. Michelle è morta sabato scorso quando la sua jeep è saltata su una mina a Bagdad, quella città dove, secondo i generali, «la guerra non c' è». Charity, la sua gemella, e Rachele, la più grande, sono ancora al fronte e il padre ha scongiurato di mandarle a casa. Per salvare le sorelle del soldato Michelle. C' erano, in un tempo che sembra ancora più lontano della valle del Tigri e dell' Eufrate, migliaia di soldati e di soldatesse Ryan che partirono con il cuore pieno di sogni per andare a esportare la democrazia nel mondo. I Witmer, come si chiama la famiglia delle tre soldatesse, erano talmente orgogliosi della missione affidata alle loro ragazze in divisa da Mp, da poliziotte militare, che il padre aveva addirittura creato un sito internet per seguirle giorno per giorno. Ed è stato proprio il web site, il diario, a dare la notizia che qualcosa era cambiato. «Pregate! Pregate!» aveva chiesto alla fine di marzo «ci siamo, le ragazze stanno tornando a casa». Ma il giorno di Pasqa, il titolo era un po' cambiato: «Ci rincresce di informarvi che Michelle Witmer è stata uccisa in un attacco». Aveva vent' anni. La US Army, che non è più quella del 1944, non ha ancora deciso se rimandarle a casa. Potrebbero tornare in licenza per il funerale della sorella, e poi ripartire per gli ultimi quattro mesi di servizio. C' è un disperato bisogno di tutti, nella sottile linea di soldati americani in Iraq. Non si bruciano cartoline precetto, nell' America che non ha più le cartoline precetto. Si brucia il falò della retorica, degli entusiasmi e delle illusioni. La passeggiata nel deserto tra ali di folla festante è diventata la processione di bare e di barelle che tornano a casa e che ormai persino George Bush deve riconoscere. George ha pregato molto, alle funzioni pasquali, perché «i morti diminuiscano di numero», dopo i 70, sette al giorno, registrati nell' assalto a Falluja che ha ucciso 700 Iracheni, secondo le cifre ufficiali. E' sicuramente sincero perché sette caduti al giorno scuoterebbero una nazione che stenta sempre più a ingoiare la propaganda trionfale del «missione compiuta». Ma ancora piu sinceri sono i messaggi che le famiglie dei militari a Fort Hood, nel Texas, da dove vengono 30 mila dei 129 mila al fronte, hanno fatto avere a Jenna e Barbara Bush, le due «first daughters», le prime figlie che a Pasqua hanno fatto visita a soldati feriti e a famiglie di caduti: «Fino a quando?», ha scritto la madre di un caporale di Fanteria in un bigliettino per Jenna che qualcuno ha passato poi ai giornalisti. In Iowa, a Sioux City, un poliziotto militare ha fatto causa allo stato, perché la sua unità della Guardia Nazionale è stata mandata a pattugliare le strade di Bagdad e lui non si era arruolato per andare al fronte, ma per proteggere la sicurezza del proprio Iowa. I comandi segnalano che il morale dei soldati in linea, quando li avvertono che dovranno restare ancora almeno tre mesi laggìu, perchè la US Army non ha più riserve, vacilla. Li vediamo in TV, come tanti GI Joes senza volto, come pupazzi sotto il pentolino di kevlar sulla testa, il giubbotto antiproiettile al torace, gli occhiali neri, ma non sono pupazzi, né automi. Ogni esercito ha un limite di sopportazione, come già scrivera Colin Powell ricordando il Vietnam, prima di diventare un ministro. Ha fatto sorridere la storia del «soldato ' nnamurato» che ha accumulato un conto di 3 mila dollari in telefonate via satellite alla fidanzata, senza avere i soldi per pagarlo. Ma non ride nessuno nelle basi che forniscono i soldati e le riserve, quando il generale Abizaid chiede altri diecimila soldati da buttare nel pentolone iracheno, dopo avere fatto sapere a un opinionista amico, Bob Novak, che lui, il comandante in capo delle operazioni militari, «non pagherà il conto degli errori fatti dai politici». Ennesimo "pro memoria" del Vietnam e delle polemiche tra generali e governanti, su chi «perse quella guerra». E' ancora presto per cominciare il processo a «chi ha perduto l' Iraq». Per ora non si processa, non si diserta, si prega molto, come fa Bush, e come si fa per Bush. I cappellani al fronte hanno invitato i soldati «a pregare per George», perché sappia essere «forte e saggio». Sono i soldati a dover pregare per chi li ha mandati a morire. «Non so più che cosa pensare» ha scritto nell' ultima e-mail John Kearns Goodwin alla madre, Doris, docente a Harvard e importante storica della Presidenza americana. John, laureato anche lui a Harvard, era partito volontario un anno fa, arruolandosi come i giovani ufficiali inglese di Kitchener in corsa verso la Marna e ora confessa di non capire più che cosa stia a fare a Bagdad, mentre «le folle festanti ci sparano addosso e ci muoviamo ormai come occupanti». John tornerà tutto intero, perché è già stato congedato. Lo aspetta una buona vita civile, con la famiglia importante e la bella laurea. Una vita migliore, se ne avrà una, di quella che attende Thomas Hamill, il camionista rapito che abbiamo visto prigioniero dei guerriglieri in un' automobile. Thomas era un bracciante del Mississipi, che lavorava in una fattoria. Aveva venduto tutto, anche l' ultima sua mucca, per pagarsi il biglietto e andare in Iraq a lavorare come camionista di ventura per la Brown, Root & Kellogg, la sussidiaria della Halliburton che rifornisce le truppe e paga benissimo i volontari. Cercava fortuna, per sfuggire alla miseria del suo Mississipi, nella miseria degli iracheni. Non aveva sogni, come le sorelle del soldato Michelle, solo fame. Come gli altri nove impiegati della stessa Halliburton che da ieri sera mancano. Bush prega anche per loro.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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