"Noi italiani ce ne andremo in un prossimo futuro. Non siamo certo occupanti. Vogliamo lasciare un Iraq migliore. Siamo vostri ospiti, lavoriamo assieme", aveva detto Barbara Contini incontrando domenica mattina per un' ora lo sceicco Aus al Kharfaji, braccio destro di Moqtada al Sadr per la provincia di Nassiriya. "Davvero non siete occupanti?", le ha risposto questi. "Sì, e cerchiamo la collaborazione", ha replicato la governatrice italiana. "E' stato un momento importante. Sono andata nella base degli uomini di Moqtada con solo 8 carabinieri di scorta. Potevano farmi a pezzi. E invece abbiamo continuato un dialogo che avevo iniziato oltre 40 giorni fa", racconta la Contini da Nassiriya in questa intervista telefonica al Corriere, la prima dopo le rivolte. Un dialogo controverso quello con Moqtada. Per gli americani è un "fuorilegge" da eliminare. Ma la Contini difende la propria decisione, senza nascondere le sue riserve per la scelta Usa degli ultimi giorni di chiudere il giornale di Moqtada e arrestare il suo braccio destro. E aggiunge: "La politica degli italiani è vincente, lo prova la calma relativa nella nostra regione. Ma non vogliamo legittimare politicamente gli estremisti islamici. Le mie sono scelte dettate da ragioni pragmatiche. Il partito di Moqtada è il più forte nella mia provincia, come ignorarlo?". E come spiega le sparatorie, i morti civili, le rivolte? "Sono state esagerate da alcuni media italiani. La regione di Nassiriya è molto più tranquilla del resto del Paese. Due giorni fa gli estremisti si sono fatti scudo con donne e bambini. E i nostri soldati si sono limitati a rispondere al fuoco. Ma da due notti praticamente non si spara. Nulla a che vedere con Najaf, o Falluja. Da noi ci sono poche bande di estremisti, spesso ladri, o tribù di sbandati che vivono di saccheggi. Kharfaji mi ha detto che i suoi uomini non riescono a controllarle. Gli credo: a me e al generale Chiarini talvolta ha fatto promesse che non è riuscito a mantenere perché chi spara non obbedisce ai suoi ordini". Quanti sono i rivoltosi? "Poche centinaia". Come cerca di mediare con Kharfaji? "Mi aveva chiesto di far evacuare i soldati italiani. Impossibile, non c' è stato alcun cedimento da parte mia. Gli ho promesso che nel centro di Nassiriya avremmo lasciato solo la polizia locale". C' è chi dice che su 4.850 agenti iracheni nella vostra zona solo 400 sono affidabili, altrettanti sono dubbi e gli altri potrebbero in ogni momento partecipare alle rivolte. "E' un problema quello della lealtà dei poliziotti. Ma i leali sono molto più numerosi di quanto indicato. Abbiamo appena nominato il nuovo capo della polizia, mi pare deciso e fedele". Le prossime tappe della sua mediazione? "Mi tengo in continuo contatto con il contingente italiano. La nostra collaborazione è importantissima. C' era stata una sorta di eclissi dei nostri soldati dal territorio, si erano ritirati nelle basi dopo l' attentato del 12 novembre. E ciò aveva causato il malcontento della popolazione, che chiedeva più sicurezza, più pattuglie italiane per le strade. Mi pare che ciò sia ripreso con i nuovi contingenti al comando del generale Chiarini". E gli uomini di Moqtada? "Il dialogo continua. Con l' aggiunta di contatti con i 38 capi delle tribù nella regione di Dhi Qar. In questo Paese i capi tribali sono molto più importanti dei partiti politici o dei leader religiosi". Ha in mente altri incontri con Kharfaji? Li coordina con il governatore americano a Bagdad, Paul Bremer? "Ho appena terminato un incontro con Adnan Al-Safri, notabile locale che tiene le fila del dialogo tra me e l' ufficio del gruppo di Moqtada. Con Bremer si parla in termini più generali sulla situazione del Paese".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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