L' ultimo contatto era stato domenica, la mattina di Pasqua. "Allora faccio un salto in Italia. Poi ci incontreremo per un reportage sul nostro lavoro di operatori della sicurezza in Iraq", ci aveva detto al telefono Salvatore Stefio. E insisteva: "Mi raccomando. Non siamo vigilantes e neppure mercenari o men che meno dei Tex Willer in erba amanti del rischio. Il nostro è un mestiere come un altro, magari con più azione, più brivido, e ora in Iraq meglio pagato". Poi il silenzio. L' altro ieri il suo portatile Iraqna e quello italiano tacevano. Sono rimasti muti tutta la mattina, sino a quando è giunta la notizia della sparizione di quattro italiani. Il pensiero è volato immediatamente a loro. Vuoi dire che hanno fatto la pazzia di prendere il gippone e andare ad Amman via terra per la strada che passa da Falluja? "Siamo cauti, ora più che mai. La nostra è forse la professione più a rischio qui in Iraq. Non siamo giornalisti, uomini d' affari o tecnici. La guerriglia ci considera alla stregua di militari. È paradossale. Dovremmo fare la scorta, ma spesso ci troviamo a pensare che il vero obbiettivo siamo noi", continuava a ripetere Stefio. Ma ieri pomeriggio i suoi colleghi rimasti a Bagdad dovevano fare i conti con l' inevitabile. "Non sappiamo perché abbiano usato il gippone e non l' aereo. Sta di fatto che da ieri abbiamo perso ogni contatto. Dovevamo sentirci in serata e non hanno chiamato. E ora è arrivato il video di Al-Jazeera", ci hanno detto. Con Stefio ci eravamo incontrati sabato scorso, dopo che era giunta la notizia di 4 italiani spariti sull' autostrada a ovest di Bagdad e visti da un fotografo della Reuters. Il problema era definirne le identità. Che fossero "vigilantes"? Sapevamo che all' hotel "Babil" alloggiano diversi italiani che operano per compagnie di sicurezza straniere. Gente reticente, riservata. Una volta ci eravamo visti in piscina e alla parola "giornalista" si erano subito eclissati. Però valeva la pena farci un salto. All' inizio il gruppetto di agenti incontrati nella penombra del bar al piano terra si era dimostrato estremamente reticente. "In Italia abbiamo una pessima reputazione a causa della cattiva stampa. Mica siamo mercenari. La nostra è una professione degnissima, rischiamo la vita per salvarne altre", aveva detto Stefio mentre gli altri lo invitavano ad andarsene. Poi quattro battute e un po' di disgelo. "Mezza Italia cerca di capire chi sono i rapiti. Non potete aiutarci?". Stefio si era presentato come fondatore della Presidium International Corporation, "tutta italiana, ma registrata alle Seychelles". Una compagnia specializzata in compiti di scorta e sicurezza. In fondo gli faceva comodo parlarne. Lui, 34 anni, si è addestrato tra i corpi speciali della Nato a Sigonella. Poi ha lavorato per diverse agenzie statunitensi e inglesi. Le esperienze più formative sul campo le ha fatte in Nigeria. "La gente non conosce il nostro ruolo. Ci sono professionisti che ricoprono incarichi importantissimi e che non potrebbero lavorare se non ci fossero le scorte. Per esempio quelli impiegati dalle agenzie petrolifere che operano nelle zone violente del mondo. Eppure la benzina serve a tutti", insisteva. Stefio voleva rilanciarsi in Iraq. Dove la specializzazione più richiesta sono proprio le scorte. A Bagdad ci è stato a più riprese, assieme ai tre compagni che ieri sono stati rapiti con lui: Fabrizio Quattrocchi, Umberto Cubertino, Maurizio Agliana. Tutti sui trent' anni, l' immancabile pistola alla cintola, il giubbotto antiproiettile nei gipponi blindati, i walkie talkie sempre accessi. Sabato scorso gli addetti alla sicurezza italiani si erano rifiutati di rivelare l' identità dei loro clienti. Ma nell' albergo dicono che fanno da scorta ad alcune compagnie inglesi e americane che lavorano in subappalto. Tra loro la "Boering Point", britannica. Alla fine Stefio e i suoi si erano offerti di aiutare a fare luce sul mistero degli scomparsi del giorno prima. "Abbiamo fatto una ricerca. Nessuno manca all' appello. A questo punto i rapiti, se esistono, sono body guard free lance, gente che offre i propri servizi ad agenzie diverse, spesso per periodi molto brevi. Vista la grande domanda per questo genere di servizi, possono permettersi di scegliere all' ultimo minuto. Non c' è problema di disoccupazione per la nostra categoria in Iraq", avevano confidato in serata. Anche il rappresentante diplomatico italiano a Bagdad, Gianludovico De Martino, si era recato più volte da loro per cercare di risolvere il caso. E proprio tra di loro aveva scoperto una quindicina di connazionali che non si era registrata agli elenchi degli italiani in Iraq. Ieri pomeriggio gli italiani rimasti al "Babil" erano confusi, spaventati, preoccupati. Nessuno ha voluto darci il nome. Facevano a turno per controllare gli accessi alle loro camere. "Non sappiamo che dire. I rapiti sono amici, prima che colleghi. Con loro abbiamo vissuto settimane difficili". Ma nessuno accennava a partire. Qualcuno guardava nervoso verso un pulmino sospetto parcheggiato nel cortile.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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