L' allarme rapimenti arriva con le immagini di tre civili giapponesi minacciati di "essere bruciati vivi e dati in pasto" alle "Brigate dei Mujaheddin" islamici. "Se entro tre giorni non ritirerete le vostre truppe, i vostri figli non torneranno a casa", grida uno dei barbuti con il volto coperto dalla kefiah. Gli ostaggi sono costretti in ginocchio, gli occhi bendati, a tratti il gruppo dei rapitori punta i mitra alle loro teste, brandisce il coltello vicino alle loro gole. Il video è stato trasmesso ieri dalla tv araba Al Jazira. Gli ostaggi sono un attivista dei diritti umani appena diciottenne, un fotografo freelance 32enne e una donna di 34 anni, volontaria in un' organizzazione umanitaria. Da Tokio il governo risponde che i suoi 550 uomini a Samarra (nel Centro-Sud) sono in "missione di pace", dunque non se ne andranno. Che fine faranno? E' la domanda che più inquieta gli occidentali in Iraq. Dipendenti e volontari delle organizzazioni non governative, lavoratori di società che sub-appaltano i contratti offerti dal governo americano, addetti alla sicurezza attirati dagli stipendi principeschi (sino a 1.000 dollari al giorno), e poi impiegati del governo provvisorio guidato dal governatore Usa Paul Bremer, uomini d' affari alla ricerca di fortuna, giornalisti. Una domanda, quella sulla sorte degli ostaggi, che è diventata un grande incubo collettivo nelle ultime ore. Come fare a evitare di essere presi, come organizzarsi? Il rapimento di almeno 12 stranieri da parte delle milizie e delle soldataglie armate che spadroneggiano nel Paese ha portato l' allarme all' apice. Oltre ai giapponesi, ieri per oltre otto ore sette missionari cristiani sud-coreani si sono visti sequestrati e minacciati di morte sull' autostrada che dalla Giordania conduce a Bagdad, passando da quell' enclave di guerra che è ormai l' area di Falluja. In serata erano stati liberati e parlavano terrorizzati della loro esperienza nella hall dell' hotel Sheraton. "Pensavamo che ci avrebbero ucciso", confessavano con gli occhi ancora dilatati. Non sono stati altrettanto fortunati due arabi con passaporto israeliano, sembra catturati mentre viaggiavano a sud della capitale, nel cuore delle zone sciite. La tv iraniana Al-Alam ha mostrato le loro carte di identità. Sono Nabil George Yaakob Razzuk e Ahmed Yassin Tikati, due cristiani di Gerusalemme est. E pare siano stati rapiti da un gruppo che si fa chiamare "Ansar Al-Din". Un altro sparito è un cittadino inglese nella zona di Nassiriya controllata dagli italiani. Da qualche giorno mancano sue notizie. Racconti che ricordano il caos e la confusione dei Paesi che scivolano nella guerra civile. Specie dove l' elemento islamico alimenta la caccia agli occidentali. Per esempio il Libano negli anni Ottanta, con l' odissea degli ostaggi catturati dagli sciiti di Hezbollah e Amal. In Iraq oggi questi ricordi frenano tra l' altro l' attività delle organizzazioni umanitarie. Ancora prima della loro evacuazione totale tra agosto e settembre, Onu e Croce Rossa avevano ridotto il loro personale dopo che erano stati assassinati due dipendenti stranieri. Anche la maggioranza delle organizzazioni non governative ha rallentato o bloccato le proprie attività. Ieri l' italiana "Un ponte per..." ha inviato circa mezza tonnellata di medicinali alla gente di Falluja utilizzando solo personale locale. E oggi farà lo stesso quando opererà in alcune zone di Bagdad. "Causa allarme rapimenti e attentati abbiamo chiuso il nostro ufficio di Bassora ed evacuato gli italiani in Kuwait per almeno una settimana. Potrebbe avvenire lo stesso per il personale di Bagdad", ci ha detto il presidente, Fabio Alberti. Tra le possibili vittime i giornalisti sono particolarmente indifesi. Girano disarmati, molti senza scorta (ultimamente le maggiori tv americane e alcune inglesi a Bagdad sono accompagnate da guardie del corpo armate), spesso hanno addosso grosse somme di dollari in contanti e posseggono strumenti del mestiere molto utili alla guerriglia e al terrorismo: telefoni satellitari, computer, indirizzari. Per evitare di essere presi ci si ingegna. C' è chi sceglie di girare con auto blindate e in convoglio. Ma sta via via trionfando la teoria che sia molto meglio il "basso profilo": taxi scassati, vestiti dimessi (evitare la sahariana dalle mille tasche), evitare i ristoranti di lusso (da quando il 31 dicembre è stato tra l' altro attaccato da un kamikaze suicida il Nabil, uno dei più noti, si preferiscono i luoghi popolari), le telecamere sono molto più pericolose di un semplice taccuino. Il dibattito è aperto sugli hotel. Per un certo periodo l' anno scorso la maggioranza scelse quelli periferici, appartati. Lo Sheraton e il Palestine erano obbiettivi dichiarati del terrorismo, lo avevano fatto sapere le milizie baathiste sin da luglio. E infatti da novembre sono stati colpiti più volte da razzi e mortai. Ma tutto sommato i danni sono stati pochi. E gli americani ora li proteggono con posti di blocco, sentinelle e carri armati. Invece le auto-bomba hanno fatto scempio di almeno 4 alberghi minori, dove oltretutto il pericolo rapimenti permane. Ma l' elemento più inquietante è questa evidente crescita dell' odio cieco per tutto ciò che è "diverso" e non islamico. Un atteggiamento culturale di ostilità verso il giornalista, alimentato anche da 30 anni di dittatura baathista, che è sempre visto come una spia e comunque responsabile per le azioni del Paese da cui proviene. Lo avverti subito quando giri per il quartiere sciita di Sadr City, dove oggi sono più violenti gli scontri nella capitale. Nelle città sante di Karbala e Najaf ci furono diversi tentativi di linciaggio a reporter stranieri il 29 agosto, dopo che un' auto bomba aveva massacrato oltre 100 persone e ucciso l' Ayatollah Hakim. Un' altra zona tabù è ormai quella sunnita di Falluja. Qui cinque giorni fa un inviato di Le Monde stava per essere fucilato con il suo fotografo. "I miei rapitori mi hanno accusato di essere una spia americana. Solo quando hanno visto il passaporto francese si sono convinti e mi hanno liberato", ha scritto. Lo stesso è accaduto a un veterano di tante guerre del Times di Londra, Stephen Farrel. "Appena catturato mi hanno detto che sarei morto. Hanno scambiato la mia calvizie per le teste rasate tipiche delle forze speciali Usa - racconta -. Con me c' era una collega, Orly Halperin, a lei hanno spiegato che sarebbe stata risparmiata perché è una donna. Nelle ore seguenti ho avuto modo di toccare con mano quella complessa meteora composta di ladri, idealisti, baathisti, fondamentalisti islamici che noi occidentali etichettiamo generalmente come terroristi. Ma in quel momento la nostra preoccupazione era solo una: sopravvivere". Anche in questo caso l' intervento all' ultimo minuto di un capo locale trovato in un dedalo di villaggi totalmente controllati dalle milizie armate sunnite gli ha salvato la vita. Tanto che gli sono stati resi i 15.000 dollari che aveva con sé, oltre al telefono satellitare. E l' hanno accompagnato a Bagdad: "Facciamo noi la scorta. Per te girare solo è troppo pericoloso".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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