C' era una domanda urgente che l' Europa aveva affidato a Tony Blair, al solo leader straniero che George Bush rispetti e ascolti davvero fra i turisti della politica che sfilano a Washington per una foto ricordo: è possibile una soluzione diversa, che non sia né la ritirata né l' escalation, al sanguinoso pasticcio iracheno? Esiste un' alternativa praticabile, al governo immaginario e screditato che il 30 giugno la potenza occupante vuole, e ormai deve, insediare a Bagdad? La sua risposta è stata strappare a Washington il riconoscimento che il passaggio dei poteri avverrà sempre alla data voluta da Bush ma con l' etichetta del "piano Brahimi", dunque dell' Onu. Un inchino alla forma e a quell' organizzazione che la Casa Bianca e la destra americana avevano trascorso mesi a dileggiare e delegittimare, ma dei quali ora hanno bisogno. Un piccolo pezzo di carta che Blair potrà sventolare al ritorno tra gli Europei sempre più critici. Ma se Blair ha avuto almeno la dignità di rammentarsi di essere un alleato, e non un cameriere, degli Stati Uniti, tra lui e Bush non c' è luce, non ci sono distanze sostanziali sull' inesorabilità di una guerra che deve continuare. Entrambi hanno puntato tutto sulla roulette di Bagdad e affidano il proprio futuro politico a quel numero che ormai ha assunto caratteri di un ultimatum auto inflitto: quel 30 giugno del cosiddetto "passaggio di poteri" che la prospettiva di un governo di marionette scelte dal proconsole uscente Bremer o dal futuro ambasciatore Negroponte aveva svuotato di serietà prima ancora di nascere. E che ora la benedizione del vice di Kofi Annan, Brahimi, con una nuova risoluzione, tanto per smentire chi sosteneva che quelle già esistenti bastavano per giustificare l' intervento, può rendere meno estraneo a quella "maggioranza silenziosa" di iracheni moderati sui quali si deve puntare per uscire dall' acquitrino. Non sono ancora quei segnali di "svolta" radicale, come chiedevano le opinioni pubbliche europee, perché la prima preoccupazione di Bush è vincere le elezioni a novembre e la coerenza è la sua piattaforma elettorale principale. Dunque la foglia di fico offerta dall' Onu e dalla mediazione di Brahimi non deve creare negli americani l' impressione che l' imperatore sia andato a Canossa davanti all' Onu, ma che sia solo "benvenuta". E cambiamenti drastici di direzione, ammissioni di errori, non possono esserci perché la guerra, nelle sue forme mutanti di violenza che inghiottono soldati, civili stranieri e soprattutto iracheni, è l' imperativo che consuma ogni altra preoccupazione, una macchina che, come tutte le guerre, alimenta se stessa. Bush e Blair, che affronterà l' elettorato l' anno prossimo, devono creare l' impressione di vincere, o di essere almeno coerenti e fedeli alla strategia del "cambio di regime" verso un Iraq "prospero e democratico" scelta tredici mesi or sono. Allentare la pressione militare oggi significherebbe lasciare un Iraq infinitamente peggiore, per la sicurezza internazionale, di quello che fu trovato entrando il 19 marzo. Dunque, se la vittoria offerta dall' escalation è incerta, la sconfitta politica indicata dalla fuga sarebbe certa. Ascoltando Tony Blair difendere con la passione e con l' eloquenza che difettano a Bush le ragioni per le quali gli occupanti sono condannati ad andare avanti pur sapendo che "molti giorni difficili ci attendono", si sentiva, assai più che nella meccanica riformulazione di Bush delle solite frasi, il dramma di un uomo di sinistra, di un leader politico europeo, che ormai si sforza di spiegare anche a se stesso quello che tredici mesi or sono non aveva visto arrivare. Sono condannati a vincere, a restare incollati l' uno all' altro, costretti, come Blair che pure aveva strappato a Bush la promessa di riesumare la road map per la pace in Medio Oriente, nel torvo summit delle Azzorre alla vigilia dell' assalto con un Aznar già spazzato via, a ingoiare anche la sepoltura di quel progetto, concessa impulsivamente da Bush a Sharon. Ma la definizione di "vittoria" s' allontana. Si riaffaccia quel paradosso militare e politico che Kissinger descrisse in parole brucianti negli anni del Vietnam: "Per vincere la guerra, a loro basta non perderla. Per perdere la guerra, a noi basta non vincerla". La data fatidica del 30 giugno, ora possibilmente con la benedizione dell' Onu è il solo risultato spendibile, il salvagente al quale aggrapparsi per non naufragare, con gli elettori o con gli alleati. Se esiste una vera soluzione europea, o una "soluzione di sinistra" alla guerra voluta dalla destra americana, non potrà essere Blair a trovarla da solo, fino a quando Bush sarà alla Casa Bianca. Per ora, come Chamberlain che finse di avere trovato pace nella Monaco del 1938, così Blair deve tornare a Londra fingendo di avere trovato nella proposta Brahimi la legittimazione a posteriori di una guerra sbagliata, che ora siamo condannati a non perdere.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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