È la guerra infinita, quella che nessuno dichiarò mai e forse per questo non potrà mai finire. Infatti, ritorna. Vietnam, anzi "Nam", lo zombie morto e immortale che i sommi sacerdoti dell' America proclamano esorcizzato e puntualmente si rialza, non appena un ragazzo o una ragazza cadono in terre incognite. Si innervosisce Bush, quando sente i suoi avversari riesumarlo. Bagdad non sarà la mia Saigon, dice scaramanticamente, smentendo senza volerlo il papà che lo pronunciò superato per sempre. Bagdad è già Saigon, dice Ted Kennedy, sponsor di Kerry, dimenticando che fu suo fratello John a schiudere le porte dell' inferno, mandando soldati e provocando il proprio cambio di regime, quando permise alla Cia di assassinare un dittatore per sostituirlo con un altro. Anche sui giornali, da Neewsweek a Usa Today, torna il paragone. Dunque Vietnam, di nuovo, nella sabbia? Troppo facile e insieme troppo difficile, disseppellirlo. Chi lo teme annota le mille ragioni per le quali nessun parallelo è legittimo. L' Iraq è una accozzaglia artificiosa e coloniale di etnie e tribù e confessioni, senza la forza unificante del nazionalismo saldato nel comunismo, temprato da generazioni di battaglie contro imperi e invasori, cinesi, giapponesi e francesi. Alle spalle, due potenze tra loro nemiche, ma affiancate dall' ostilità per "l' imperialismo" rappresentavano il polmone e la retroguardia invincibili della guerra, Cina e Urss. Ho Chi Minh giocava sul sicuro. Sapeva che gli Usa non avrebbero mai rischiato una guerra mondiale per conquistare Hanoi. E poi la giungla tropicale, profonda e ospitale, nascondiglio che neppure tonnellate di diossina, l' Agente Orange, poterono scoperchiare. I sentieri paralleli, in Cambogia e Laos, aperti per rifornire il Sud aggirando le trincee e i campi fortificati. La totale ignoranza della lingua, dei costumi, della storia, che facilmente ingannava gli americani, trasformando ogni autista, ogni cameriere, ogni "madame" in un possibile nemico. Scoppiavano bombe nei bar, granate nei bordelli, mentre la corruzione inghiottiva mezzi, uomini e materiali. Un inviato della Cbs TV provò a comperare un carro armato americano nuovo, al mercato nero e ci riuscì. I Bonzi buddisti pacifisti si bruciavano vivi sulle piazze, non bruciavano vivi gli altri. Nessuno potè mai accusare i Nord Vietnamiti e i Vietcong di avere massacrato civili a New York, a Washington, a Madrid. C' era la frenesia ideologica della "lotta alla minaccia comunista", ma mancava il legame di sangue, che sembra collegare la valle del Tigri alla valle del fiume Hudson e motivare il fronte interno. Eppure. Eppure lo zombie si è svegliato, Good Morning Bagdad, e non soltanto perché la politica di opposizione lo ha scosso. I quasi 700 morti americani non sono i 58.500 scolpiti nel marmo nero del memoriale di Washington, ma il tassametro dei morti clicca: nel 1963, primo anno di combattimenti seri in Vietnam, i caduti furono sei. Il Vietnam non divenne il Vietnam in un anno, ma in dieci. L' ignoranza storica e geografica, colorata di arroganza ideologica, è molto simile. Tragico vedere oggi commentatori per bene accorgersi che in Iraq non esiste una borghesia civile e laica capace di assumere la responsabilità politica del nuovo Iraq. La tentazione di spegnere l' incendio buttando altro carburante sul fuoco, con l' invio di altre truppe, è intrinseco in un conflitto asimmetrico. Johnson disse a Westmoreland: "Chiedi e ti sarà dato". Ebbe due milioni e mezzo di truppe, complessivamente. "Qualunque cosa mi domandi il generale Abizaid, io gli darò" si impegna Bush. Si chiama "escalation". Nel gergo militare, "mission creep", quando si parte con una missione precisa, abbattere Saddam, e poi il traguardo striscia e si allontana. Quella guerra toccò il 10% della nazione, tra coscritti e famiglie. Questa appena lo 0,1% e nessuno teme l' arrivo della cartolina precetto in un' armata professionale, ma quello che la leva militare non fa, fanno i mass media. Nel 1968, un filmato dal fronte impiegava due giorni per arrivare sui teleschermi, da Saigon a Hong Kong, a Tokyo, ad Anchorage a New York. Oggi, girano implacabili i satelliti. Volano immagini e rumori istantanei, e lavorano tv arabe che fanno contropropaganda e controinformazione. Qualcuno parla di possibile reintroduzione della leva. Washington smentisce ma il numero di soldati professionisti è limitato e nessuno può obbligarli ad arruolarsi. La guerra leggera, predicata da Rumsfeld, è fallita. Bagdad non è Saigon. Ma non è impossibile che Bagdad divenga un' altra Saigon e questo pensiero anima il cadavere del ricordo. La grande differenza, di fronte all' incarognirsi della guerra al fronte e alla vaghezza della "vittoria", è l' America, non l' Iraq. L' America del 2004 non è l' America del 1968, ribollente di collere e di inquietudini. I giovani babyboomers sono padri o nonni. I colleges sono più preoccupati della Borsa che di cambiare il mondo. I ghetti sono calmi. L' informazione è frantumata. Bush ha ancora tempo per vincere. O per fare quello che Kissinger raccomandava a Nixon: proclamare vittoria e andarsene. La vittoria vera, esattamente come in Vietnam, dipenderà dagli iracheni.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>