Lo "sport puro", fatto di solo talento e valore, di epica agonistica e di etica cavalleresca, è un mito sepolto sotto tali e tanti strati di business, di doping e di ciance polemiche, che quasi non ne facciamo più conto: le rovine di Ilio erano più accessibili. Per questo, soprattutto per questo, lo strabiliante duello omerico tra Rossi e Biaggi (Gp del Sudafrica di ieri, domenica 18 aprile 2004) andrebbe estratto tutto intero dal blob televisivo domenicale (di tutte le domeniche) e custodito nel piccolo pantheon delle immagini memorabili, delle gare magnifiche, degli spettacoli perfetti. Si correva la prima gara del mondiale di motociclismo, e i due piloti italiani, già divisi da una rivalità acida e non sempre di buon gusto, hanno riscattato l' intero repertorio di insulti e di risse sublimandolo in una gara così appassionante, così incerta e tirata fino ai limiti estremi della destrezza, da lasciare senza fiato. Dopo il traguardo, il vincitore Rossi, interpretando lo sfinimento agonistico di noi tutti, ha appoggiato la moto a un muretto di copertoni e si è chinato brevemente sull' asfalto, come per riprendere respiro e confidenza con la terraferma, e per riaversi dalla incredibile sequenza di sorpassi inferti e subiti. Le traiettorie dei due piloti si erano intrecciate per tutta la gara, sfiorandosi fino a intignare il muso l' uno nella coda dell' altro. Sembravano legate allo stesso elastico. Hanno cercato per decine di giri di infilare, tra i due e i trecento all' ora, il varco ristretto di un' esitazione dell' avversario, di un impercettibile scarto in curva. Una specie di Italia-Germania 4-3, con i sorpassi invece dei gol, e quella speciale impressione di tempo dilatato, di traguardo sempre qualche spanna più avanti, che appartiene solo alle gare straordinarie, quelle insolute fino all' ultimo istante di gara, quelle che vorremmo non finissero mai, e insieme non vediamo l' ora che finiscano pur di poter riposare il cuore. Rossi aveva la moto nuova, una Yamaha, Biaggi (si dice) quella migliore, una Honda, ma merito del motociclismo (per esempio rispetto alla F.1) è essere ancora e soprattutto una sfida tra piloti, e assai meno una competizione tra fabbriche: sarà anche che, a differenza dell' auto, la moto ha l' umiltà e il merito di lasciar spiccare la sagoma intera del pilota, di diventarne quasi una protesi stradale. Fino a sembrare più un attrezzo sportivo, come la racchetta da tennis o la mazza da hockey, che quell' ordigno metalmeccanico che in effetti è. Il dettaglio tecnico riferisce che Rossi ha avuto il merito di vincere su una macchina meno collaudata e meno favorita. Biaggi però correva su una Honda "non ufficiale", e ha seminato di qualche chilometro le due "ufficiali". Entrambi hanno dunque superato i supposti limiti del mezzo con una capacità di guida superiore. Che, in sella a due gomme sempre sul filo dell' aderenza, significa, in una sola parola, coraggio da vendere. Gli sport del motore, da tempo confinati sui nastri artificiali dei circuiti e levati dalle strade comuni sulle quali sono nati, non possono più ripetere la rischiosa e fragorosa epopea della Mille Miglia, o dei circuiti cittadini dove una volta le moto correvano e spesso si fracassavano. Eppure, l' esercizio di stile tracciato ieri da Rossi e Biaggi sulla pista sudafricana destava una meraviglia intatta, antica, degna dei racconti (non sempre rigorosi) sulle gesta dei tempi eroici, quando era solo per radio che rimbalzavano le cronache sportive. Essere riusciti a meravigliarci nel tempo della televisione, con decine di telecamere ficcate intorno e sulla moto, con centinaia di replay che inflazionano l' attimo e banalizzano il gesto, è stato veramente un piccolo miracolo del talento. Una gara unica, un pezzo unico nell' evo della dozzinalità e della ripetizione in serie.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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