Con il suo recente intervento sul Sole 24 Ore, Giulio Tremonti ha precisato i vincoli politici che caratterizzeranno la riduzione dell' Irpef promessa da Silvio Berlusconi per il 2005. Il ministro dell' Economia ha assicurato che ci sarà qualcosa per tutti, anche i percettori di redditi bassi e medi. Per questo la riduzione delle aliquote dalle 5 attuali (che vanno dal 23 al 45%) a due soltanto (il 23 per i redditi fino a 100 mila euro; il 33% per gli altri) si accompagnerà ad altri provvedimenti sulla no tax area e sulle deduzioni. Il governo intende così assicurare l' equità sociale e, al tempo stesso, un efficace rilancio dei consumi, smentendo quanti bollano questo decreto annunciato come un regalo ai ricchi che, già sazi, accumulerebbero i soldi in banca o li impiegherebbero nell' acquisto di beni di lusso per lo più provenienti dall' estero. Tremonti ha poi preso l' impegno di finanziare la riduzione delle tasse attraverso «reali tagli della spesa improduttiva» e non attraverso nuovo deficit. In questo modo, il ministro intende tranquillizzare quanti in Italia e all' Unione europea paventano che il costo della manovra fiscale spinga il deficit del bilancio italiano oltre il tetto del 3% del prodotto interno lordo aprendo così la strada a un possibile rialzo dei tassi d' interesse sul debito pubblico: eventualità nefasta quando un punto in più sui titoli di Stato comporta un aggravio della spesa per 13 miliardi di euro. Se alle parole seguissero i fatti, e il dubbio è lecito dopo le riserve manifestate sabato a Padova dal vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, dovremmo parlare di un' autentica svolta nella politica economica del governo Berlusconi. Nonostante le promesse elettorali del 2001, infatti, la pressione fiscale è rimasta, di fatto, inalterata e la spesa pubblica corrente al netto degli interessi sul debito è costantemente aumentata. In una recente audizione alla Camera, il capo dell' ufficio studi della Banca d' Italia, Giancarlo Morcaldo, ha documentato come questa sia passata dai 461,4 miliardi di euro del 2001 ai 512,2 del 2003 con un' incidenza sul prodotto interno lordo che nel triennio sale dal 37,9 al 39,4%. La consistenza della svolta sarà proporzionale all' entità dei costi da coprire. Il centro di analisi delle politiche pubbliche dell' Università di Modena ha misurato gli effetti della riforma sui 35 milioni di contribuenti che dichiarano un imponibile positivo. Il centro ha realizzato la simulazione sulla base del campione di 14 mila soggetti che la Banca d' Italia usa per la sua indagine periodica sulla ricchezza delle famiglie. In attesa dei conti del governo, questo scenario offre le prime informazioni per ragionare dell' equità sociale e della sostenibilità finanziaria della riforma. L' introduzione della doppia aliquota senza correttivi - inutile negarlo - aumenterebbe nettamente la distanza tra ricchi e poveri. I cittadini con un reddito imponibile superiore ai 110 mila euro, che rappresentano lo 0,6% della platea dei contribuenti, risparmierebbero in media 22.338 euro l' anno. A questa elite di 210 mila persone andrebbe il 24% del totale degli sgravi. La fascia più bassa dei contribuenti, quella che ha un imponibile inferiore ai 10 mila euro e che per il 77% già oggi non paga imposte, non riceverebbe nulla. La seconda fascia, che va fino a 20 mila euro di imponibile e per il 2% non paga imposte, avrebbe invece un bonus medio di 5 euro. Qui siamo alla base della piramide sociale: questi due gradini rappresentano oltre 24 milioni di persone. A loro, in assenza di correttivi, verrebbe riservato lo 0,37% del beneficio globale. La terza fascia di contribuenti, quella fino a 30 mila euro di imponibile, altri 7 milioni di individui, avrebbe un risparmio pro capite di 375 euro che costerebbero all' Erario 2,6 miliardi di minor gettito. Morale: l' 89,62% dei contribuenti avrebbe, con la doppia aliquota secca, non più del 14% del beneficio totale. Una simile riforma avrebbe l' effetto di ridurre sensibilmente il principio di progressività dell' imposta stabilito dalla Costituzione. Ma il ministro Tremonti ha in mente un provvedimento più equo. «La nuova curva», ha scritto, «sarà progressiva non solo per effetto delle due aliquote, ma anche della no tax area, delle deduzioni concentrate sui redditi bassi e medi. E di altro». Di più per il momento non dice, ed è dunque difficile soppesare le conseguenze pratiche dei buoni propositi. Resta il fatto che tutti questi ulteriori interventi determinerebbero un nuovo calo del gettito fiscale. Secondo i ricercatori dell' Università di Modena, coordinati dal professor Massimo Baldini, la mera introduzione delle due aliquote comporterebbe un costo di 19,3 miliardi di euro. Se per evitare l' accusa di iniquità fiscale, si portasse la no tax area dagli attuali 7.500 euro a 9 mila euro per i dipendenti, da 7 mila a 9 mila euro per i pensionati, da 4 mila a 5.500 per gli autonomi e da 3 mila a 4 mila per gli altri, fermi restando i risparmi per le fasce di contribuenti superiori ai 40 mila euro di imponibile, per le quattro fasce inferiori ci sarebbe qualche vantaggio, da 71 euro a poco più di 400. I benefici si spalmerebbero così su tutti quelli che oggi pagano qualcosa al fisco. Ma il costo finale dell' operazione balzerebbe all' esorbitante cifra di 28,7 miliardi di euro. Il governo può ridimensionare il problema limitando l' estensione della no tax area e utilizzando di più la leva delle deduzioni e detrazioni fiscali. Ma anche queste costano. Tolti gli 8 milioni di italiani che già non devono pagare imposte, i contribuenti non favoriti dalla doppia aliquota sarebbero 11 milioni. Ciascuno può far di conto: per ogni 100 euro di sgravi elargiti a questa fascia maturerebbe un costo annuo di 1,1 miliardi a carico del bilancio pubblico. Naturalmente, Berlusconi potrà depotenziare l' impatto della riforma fiscale sui conti pubblici diluendone portata e attuazione nel tempo. Stabilire che l' aliquota del 23% debba essere applicata subito fino a 100 mila euro non è un articolo di fede: abbassare la soglia a 35-40 mila euro consentirebbe di salvare un bel po' di gettito fiscale; e così il tetto massimo del 33 potrebbe anche diventare un 35%, e nessuno si straccerebbe le vesti. In ogni caso, a regime, con blandi correttivi sociali la riforma come da programma elettorale costerebbe un po' di più o po' di meno del doppio dei 12 miliardi indicati in prima battuta dal presidente del Consiglio. Se questi sono i costi da coprire tagliando la spesa pubblica senza - come pure è stato detto - toccare il Welfare, la svolta deve essere così radicale che lo stesso Wall Street Journal, di solito benevolo con Berlusconi, si chiede con malcelato scetticismo quali conigli saprà estrarre dal cilindro il governo italiano. Nel triennio 2001-2003, infatti, la spesa pubblica corrente al netto delle prestazioni sociali è aumentata dell' 11,8% passando da 228 a 255 miliardi di euro. Per quadrare il cerchio senza violare il Patto di Stabilità, si dovrebbero fermare le retribuzioni del settore pubblico, tagliare posti di lavoro negli apparati dello Stato e contributi alla produzione, moderare gli acquisti di beni e servizi fino a tornare alla spesa di tre anni fa. Una svolta degna della signora Thatcher.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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