Santa. Maledetta. Italianissima. Slava. Delizia. Inferno. Città delle rose. Corona di spine. L' hanno definita in tutti i modi. Ma che cos' è veramente Gorizia, tagliata per più di mezzo secolo da un confine assurdo che cadrà il primo maggio, con l' ingresso della Slovenia in Europa? Che cos' è questo luogo-simbolo conquistato nella Grande Guerra a prezzo di sofferenze bestiali e stranamente sparito dalla memoria degli italiani? Quali frontiere mentali conserva ora che il "secolo terribile" si chiude davvero? E soprattutto, perché Gorizia sembra aprirsi all' evento - il May day europeo - con più naturalezza di Trieste? Quanto sta per accadere davanti alla stazione dell' ex Ferrovia Transalpina - la Porta di Brandeburgo della piccola Berlino di casa nostra - non è solo la sutura di una ferita apertasi nel 1947, quando la Jugoslavia comunista stese i reticolati a due passi dal centro città. Non è solo il naturale sbriciolamento di una cortina di ferro che non blocca più nessuno, tantomeno le migliaia di clandestini. E' anche l' inizio della fine di uno scontro lungo un secolo, uno scontro iniziato alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La storia della "città contesa" che finisce. Contesa tra Italia e Austria, assai prima che tra Italia e Jugoslavia. "La diletta", la chiamava l' imperatrice Maria Teresa quando l' Europa non era in fiamme. Era piccola, ma per il suo clima incantevole l' avevano ribattezzata "Nizza d' Austria". Aveva un' anima complessa, era polo e mercato naturale per genti diverse. Scriveva nel 1567 il nunzio apostolico Girolamo da Porcia: "Nel mangiare, nel bere e nel vestire sono tedeschi. Vi si parlano tre lingue: tedesca, schiava e italiana". "Nobile città del Friuli austriaco" la definì Lorenzo da Ponte, il librettista di Wolfgang Amadeus Mozart. Luogo tranquillo di delizie. "I suoi vini - scrisse Carlo Goldoni - danno motivo a graziosissime lepidezze". Anche Trieste era così, ma la sua identità era più complessa. Aperta a greci, serbi, dalmati, turchi e mediterranei in generale, era una città-porto nata dal mare e per il mare, separata dal grande retroterra slavo dal confine naturale di un pendio aspro e poco valicabile. Gorizia no, era un baricentro di terra, legato alle valli e alla pianura circostante, il cuore indivisibile di una conca popolata da italiani, sloveni e in piccola parte da austriaci. Era, soprattutto, il capoluogo di una provincia unitaria che andava da Caporetto fino a Postumia, sulla strada per Lubiana. Quando si incendiò il fronte dell' Isonzo, nel maggio del 1915, le truppe austro-ungariche - spiega 90 anni dopo lo storico americano John Schindler - lottarono con una determinazione superiore a quella di altri fronti. Vienna schierava battaglioni di sloveni, croati e bosniaci, i quali sentivano l' Isonzo come loro "limes", loro frontiera etnica. Gorizia importava meno, e difatti cedette per prima, nell' agosto del 1916. Per l' Italia invece era quello il simbolo, l' obiettivo. "Città santa" la definì il poeta-soldato Vittorio Locchi, mentre la truppa nel fango cantava "Gorizia tu sei maledetta", forse la canzone più spietata di denuncia contro l' orrore della trincea. Le truppe di Cadorna entrarono in una città semidistrutta che Alice Schalek, in Isonzo Front, l' epopea di parte austriaca, definì invece come città-vittima. Ma allora cosa fu l' ingresso degli italiani a Gorizia? Conquista? Liberazione? Redenzione? "Il quesito era così difficile - racconta lo storico triestino Antonio Sema - che ancora settant' anni dopo, a un convegno internazionale, si dovette usare il termine più neutrale possibile: presa di Gorizia". Tanto più che poi, a guerra finita, la città santa stranamente scomparve. Si cominciò a parlare di Trento e Trieste, e Gorizia - costata migliaia di morti - smise di essere elemento nazionale primario. Perché? L' identità del luogo non era poi così italiana. Alle prime elezioni, la provincia aveva espresso, su cinque parlamentari, quattro sloveni e un comunista. E poiché già tirava un' arietta fascista, si reagì abolendo temporaneamente la provincia, che venne spartita fra Udine e Trieste. A livello politico, la divisione etnica delle memorie cominciò allora, con la Grande Guerra, non con i reticolati comunisti. Gli sloveni ripensarono Caporetto, come prima loro vittoria nazionale. Mussolini militarizzò i cimiteri di guerra, per italianizzare le terre. "Redipuglia - racconta il giornalista inglese Mark Thompson - era stato costruito come un Golgota, un luogo dantesco e ammonitore, ma subito venne rifatto come sacrario". Poi tutto deragliò verso il nuovo scontro. La violenza squadrista contro chi parlava lo sloveno, la guerra, l' occupazione di Lubiana, le rappresaglie, le vendette dei partigiani, gli infoibamenti. Ma a Gorizia, nonostante le atrocità, nonostante la frontiera infelice decisa da Tito e Alleati, i rapporti interetnici continuarono - come scrisse Guido Piovene - per antiche consuetudini. Erano scritti nel Dna del luogo. Racconta Lucio Fabi, autore dell' unica storia complessiva della città: "quando nel '47 si stesero i reticolati, l' innaturalità del confine emerse subito". I contadini non avevano più un mercato dove vendere la roba. I mercanti e i trasportatori erano senza lavoro. La rabbia crebbe, e solo tre anni dopo, in una giornata indimenticabile, la gente radunatasi dalla parte slovena sfondò le barriere semplicemente per "fare la spesa". Era una domenica di mezzo agosto, ma i negozi dalla parte italiana aprirono come d' incanto, e la sera la gente tornò in Jugoslavia brandendo scope, oggetti che la pianificazione socialista non prevedeva. Fu la "domenica delle scope". E anche quando, dalla parte comunista, crebbe un' altra città, destinata - nei progetti comunisti - a sbattere sul muso dei capitalisti le meraviglie del regime, i rapporti continuarono. Nova Gorica era giovane, piena di immigrati, tutta cemento. Gorizia era città storica e di pensionati, abitata quasi solo da autoctoni. Ma tra i due pianeti era nato subito un rapporto, erano troppo diversi per non veder crescere la curiosità reciproca. Così il rapporto di frontiera crebbe anziché diminuire. E la città, defilata rispetto a Trieste, poté sperimentare nell' ombra orizzonti di convivenza sconosciuti altrove. Nacque il "Kino atelier", l' atelier del cinema fra italiani e sloveni. Si stampò il periodico bilingue Isonzo-Soca, curato instancabilmente da Dario Stasi. Sul Collio, terra benedetta di vigneti, le due parti continuarono a comunicare. E i carri a passare. Ma soprattutto, nel 1968, fu l' esperienza dell' apertura del manicomio a opera di Franco Basaglia, un' esperienza che avrebbe fatto scuola in Europa. Si abbatté un muro che non poteva essere più carico di simboli. Fisicamente, la recinzione del manicomio coincideva per un bel tratto con il confine, tanto che per i matti italiani era provocatoriamente più facile scappare in Slovenia. Ma il muro stava anche nella testa della gente, ed era un muro tosto, perché a Gorizia la diversità mentale poteva sovrapporsi a quella linguistica, raddoppiando il pregiudizio. "Il Sessantotto di Gorizia anticipò il 2004 - spiega commosso l' allora "vice" di Basaglia, Agostino Pirella - perché fu anch' esso un' istanza di libertà". Oggi ovviamente c' è chi ha paura che il confine cada. La destra slovena vede sparire una rendita di posizione. Quella italiana pure, non ha più il nemico alle porte. Perfino la scritta Nas Tito, eretta in pietra a caratteri cubitali sulla frontiera del Monte Sabotino e lasciata coprire di sterpaglia per anni dopo l' indipendenza slovena del 1991, ora è stata ripulita da mani misteriose. Ma l' evento si sente, è entrato nelle famiglie. A differenza di Trieste, l' attesa si percepisce come una corrente. Lungo i paesi dell' Isonzo e su, verso il Kolovrat, Caporetto e Tarvisio, si preparano falò, si lucidano gli ottoni, si organizzano salite sui monti dai due versanti. Ma non è un ordine nuovo che arriva. E' solo la restaurazione dell' ordine antico.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>