Ciò che più colpisce superato l' ultimo posto di blocco americano è il silenzio. Come entri nel cuore della città assediata i rumori si fanno lontani, ovattati. Non c' è traffico. I guerriglieri girano su motociclette CZ scalcagnate. Ma sono rumori brevi, secchi. Amplificano il silenzio. Anche la preghiera ritmata del minuscolo corteo che accompagna il corpo avvolto nel sudario bianco di un tredicenne, Omar Hamid Mattar, appena morto di cancro, viene recitata a bassa voce. Lo interrano qui, nel campo da calcio fatto di polvere marrone dove hanno già seppellito le vittime dell' "intifada irachena". Una cerimonia breve. Un imam di 53 anni che dice di chiamarsi Shamin Al-Rawi si rivolge ad Allah. "Questo nostro fratello è spirato perché gli americani non hanno permesso che andasse a Bagdad per curarsi - dice a uso e consumo di noi rarissimi giornalisti occidentali. A lui si unisce la piccola folla che sta preparando le fosse per i prossimi giorni. Eccolo il "cimitero dei martiri". "Aperto dal 4 aprile", si legge sul drappo verde all' entrata. Se ne è parlato tanto dall' inizio dell' offensiva americana contro la città-roccaforte della guerriglia sunnita, dopo che a fine marzo quattro guardie del corpo americane erano state uccise e orribilmente offese. I monconi dei loro corpi divennero un macabro cimelio appesi alle traversine del ponte sull' Eufrate. Oggi la propaganda della guerriglia denuncia la nuova ecatombe mostrando diapositive amatoriali dei tumuli di terra smossa nello stadio. Messaggi che la gente correva a raccontarci anche ieri. "E' un massacro. Ci sono oltre 800 morti a Falluja. Gli americani non ci danno la possibilità di interrarli nel cimitero. Dunque usiamo il campo di calcio", dice Allahin Mijbel Al Issawi, un ventenne che si è offerto volontario come becchino. In effetti non contiamo più di 150-160 tombe. Una dozzina nel campo di calcio vero e proprio. Tumuli freschi, contrassegnati da mattonelle che servono da lapidi. Il nome del defunto dipinto frettolosamente con vernice rossa o nera. Qua e là brucia un bastoncino di incenso. Ieri si era combattuto ancora. La battaglia intorno a una moschea ha causato la morte di almeno un americano e altri 8 feriti. Le vittime irachene potrebbero essere 8. L' ennesima tregua resta traballante. E oggi dovrebbero riprendere le pattuglie congiunte tra americani e polizia locale. "Assurdo, vorrebbe dire la resa", dice la gente. Nel frattempo nello stadio sono state scavate due lunghe trincee parallele in attesa di nuovi cadaveri. "Purtroppo pensiamo che la situazione sia destinata a degenerare. Avremo tante altre vittime e noi ci stiamo preparando", spiega Al Issawi. Le altre tombe si trovano nella zona tra la biglietteria e il posteggio. Nel settore più vecchio, quello presso il muro di cinta dove furono interrate le vittime dei primi giorni di combattimento, si trovano i 25 membri di una sola famiglia. "Sono gli al Thahi, abbiamo seppellito anche i loro bambini, Ayeh, Omar e Walid, nessuno superava i 5 anni. La loro abitazione è stata colpita da un proiettile dell' artiglieria dei marines", racconta nervoso un uomo con la pistola alla cintola. Quante sono oggi le vittime a Falluja e soprattutto chi sono? Discutendo con i giovani allo stadio non è chiaro se i morti sono tutti lì. "Venga al cimitero qui davanti, ci sono enormi fosse comuni", dice un vecchio. Ma non troviamo nulla. Proviamo allora a parlarne con Mahmud Hadi Al-Janabi, medico al centro Al Hadri, dove il convoglio della Croce Rossa Italiana a cui siamo affiancati si ferma prima di procedere con la distribuzione di acqua e cibo. "I morti nei combattimenti di Falluja potrebbero essere quasi 500, tra cui un centinaio di bambini e 200 donne", afferma. Ma se sono così tanti, dove sono i feriti che dovrebbero essere almeno il triplo? Nella sua clinica ci sono ancora molti letti liberi. "Noi sino ad ora abbiamo curato 150 persone e ricevuto 90 morti", aggiunge. Gli altri sarebbero stati visti negli altri due centri medici della città. Anche l' ospedale maggiore è raggiungibile, però occorre superare i posti di blocco degli americani che lo circondano e arrestano ogni sospettato di partecipare ai combattimenti. Difficile anche capire lo stato della popolazione. Le zone periferiche, dove si intravedono le postazioni dei marines e i nidi dei loro cecchini, sono abbandonate. "Su circa 300.000 abitanti due terzi sono sfollati. Chi resta è senza acqua corrente, non ha elettricità e deve passare lunghi periodi chiuso in casa", continua Al-Janabi. Non si vedono segni di fame. Vicino alle bancarelle del mercato abbandonato nel centro abbiamo notato un paio di fornai aperti e almeno un alimentare con le saracinesche socchiuse. Nel centro si aggirano gruppi di persone, uomini, ragazzi, un dodicenne con al collo nastri di proiettili da mitragliatrice più lunghi di lui. Non una donna. Lo spirito popolare della resistenza antiamericana è innegabile. La gente saluta i guerriglieri che passano brandendo i Kalashnikov e maledice gli F16 che sfrecciano in cielo. Sparano e scappano, non si vedono barricate o postazioni fisse. Nessuna acredine nei confronti della Croce Rossa. I più salutano con un sorriso. Maurizio Scelli, l' inviato della Cri che in una settimana ha già organizzato tre convogli, ha scelto bene i suoi accompagnatori. Quando un paio di guerriglieri arriva minaccioso per dire che "qui le spie degli Stati Uniti non devono mettere piede". Loro li rassicurano. E che dicono degli ostaggi italiani? Proprio mentre percorriamo la città, le tv arabe trasmettono il video con le ultime condizioni dei rapitori. Ma qui non lo vedrà praticamente nessuno. "Senza energia elettrica e con i generatori fermi per la mancanza di benzina non c' è tv", spiegano alla moschea Saad Ben Abi Wakkas, dove arrivano gli aiuti umanitari. Ma è vero che gli italiani potrebbero essere prigionieri a Falluja? "Non ha senso. A logica sembra molto meglio nasconderli nei villaggi del circondario".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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